Il tram deragliato a Milano, rimosso il mezzo della strage: la procura indaga sul sistema di frenata automatica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Due mazzi di fiori bianchi, deposti questa mattina in viale Vittorio Veneto proprio laddove venerdì pomeriggio il tram della linea 9 è uscito dai binari seminando morte e panico, segnano il passaggio dalla fase emergenziale a quella del cordoglio e della riflessione. L’azienda dei trasporti milanese, l’Atm, ha scelto di lasciare rose e calle con un biglietto di circostanza, ma l’immagine di quelle composizioni floreali – collocate a ridosso delle transenne che ancora delimitano l’area del disastro – contrasta inevitabilmente con il lavoro certosino che in queste ore occupa gli investigatori e la magistratura. Il mezzo, un moderno Tramlink di produzione Stadler, è stato rimosso alle prime luci dell’alba di domenica, consentendo la graduale ripresa della circolazione, ma sono i quesiti tecnici, piuttosto che la dinamica ormai chiara dell’impatto, a tenere banco negli uffici giudiziari.

L’ipotesi del malore e l’enigma del dispositivo “uomo morto”

Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla pm Elisa Calanducci per i reati di omicidio colposo e lesioni colpose, vi è ora l’analisi minuziosa dei sistemi di bordo del convoglio. Il conducente, un sessantenne con alle spalle oltre trent’anni di servizio e assunto in Atm nel lontano 1991, ha riferito ai soccorritori prima e agli inquirenti poi di aver accusato un improvviso malore, un evento che avrebbe compromesso la sua capacità di gestire la vettura. Se confermata, questa versione aprirebbe però immediatamente un secondo fronte, ben più complesso, relativo al funzionamento del cosiddetto sistema “uomo morto”. Si tratta, per chi non lo sapesse, di un meccanismo di sicurezza obbligatorio su mezzi di questa generazione: una leva o un pulsante che il tranviere deve azionare a intervalli regolari – nell’ordine di pochi secondi – per dimostrare la propria vigilanza. Nel caso in cui il dispositivo non riceva il segnale periodico, e quindi in assenza di un comando umano, scatterebbe una frenata d’emergenza capace di arrestare il mezzo in uno spazio relativamente contenuto. La domanda che ora gli inquirenti si pongono, avvalendosi anche della scatola nera e delle telecamere interne del tram, è se quel dispositivo fosse attivo e, qualora lo fosse, per quale ragione non sia intervenuto nonostante il malore dichiarato.

Velocità e traiettoria: i fotogrammi di una corsa fuori controllo

Dai primi accertamenti, incrociati con i testimoni e i filmati di sorveglianza della zona, emerge un quadro chiaro dell’accaduto: il tram numero 9, che da piazza della Repubblica si dirigeva verso Porta Venezia, avrebbe saltato la fermata precedente all’incrocio, mantenendo una velocità inconsueta per l’innesto in curva. Arrivato all’altezza di via Lazzaretto, dove i binari della linea 9 proseguirebbero diritti mentre un altro ramo devia verso sinistra, il convoglio ha imboccato quest’ultima direzione. Lo scambio, in quel momento, era orientato per la curva e non per la retta, e il sessantenne alla guida non lo ha riconfigurato. La combinazione tra la traiettoria sbagliata e la velocità, stimata come superiore ai limiti consentiti per quella strettoia, ha provocato il deragliamento e il successivo schianto contro l’edificio all’angolo. La violenza dell’impatto è stata tale da sbalzare fuori dal finestrino due passeggeri, Ferdinando Favia, un imprenditore di 59 anni di Vigevano, e Abdou Karim Tourè, cinquantaseienne senegalese senza fissa dimora, entrambi deceduti. La compagna di Favia, che sedeva al suo fianco, è invece ricoverata in gravi condizioni, ma non in pericolo di vita, come del resto altri due pazienti attualmente in Neurorianimazione al Policlinico, entrambi con prognosi riservata ma stabili.

I rilievi tecnici e la posizione del conducente

Oltre all’esame del sistema di frenatura automatica, la procura ha disposto una consulenza cinematica per stabilire con precisione millimetrica la velocità del mezzo e il momento esatto in cui il tranviere, se cosciente, avrebbe potuto o dovuto intervenire. Gli inquirenti hanno posto sotto sequestro il telefono cellulare del conducente, al fine di verificare se eventuali distrazioni possano aver preceduto il malore, e si attendono ora i risultati degli esami tossicologici e clinici cui l’uomo, ricoverato all’ospedale Niguarda, è stato sottoposto. I suoi colleghi di azienda lo descrivono come una persona attenta e scrupolosa, poco incline a errori banali, il che rende ancora più spinoso l’accertamento della catena di responsabilità. L’attenzione, a questo punto, si concentra sulla possibilitò che il malore possa averlo colto in maniera repentina, impedendogli di azionare le procedure di sicurezza, ma anche sull’evenienza opposta: che il dispositivo non abbia rilevato la mancanza di comandi umani, magari perché il peso del o un movimento riflesso del conducente abbiano continuato a fornire segnali di presenza ingannevoli al sistema. Una pista, quest’ultima, che renderebbe necessaria una verifica approfondita dell’intera flotta di Tramlink per escludere vulnerabilità nel meccanismo di controllo.

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