Furti di farmaci antitumorali, sgominata la banda che colpiva gli ospedali: dieci arresti tra Napoli e Catania
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Redazione Interno
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Avevano fatto dei farmaci salvavita il loro business, organizzando furti su commissione con un modus operandi che nulla aveva da invidiare a quello dei colpi in banca, se non fosse che qui a finire nel mirino erano le celle frigorifere degli ospedali, quelle dove vengono stoccate le costosissime cure per i malati oncologici. I carabinieri della compagnia Napoli Vomero, al termine di un'indagine coordinata dalla procura partenopea, hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare che ha mandato in carcere tre persone, mentre altre tre sono finite ai domiciliari e quattro hanno ricevuto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il bilancio dell'operazione, che si è estesa da Melito di Napoli fino a Catania, parla di un'associazione a delinquere dedita al furto pluriaggravato e alla ricettazione di medicinali oncologici, con un danno erariale che si aggira intorno ai quattro milioni e mezzo di euro, considerando i cinque colpi messi a segno tra l'azienda ospedaliera universitaria Federico II e il Distretto 30 dell'Asl Napoli 1 Centro.
Il ruolo della talpa: la guardia giurata che disattivava gli allarmi
Il cavallo di Troia, in questa storia, aveva le sembianze di un uomo in divisa. A finire in carcere, insieme ai due presunti organizzatori della banda, è stato infatti Danilo De Angelis, la guardia giurata che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe fornito alla criminale organizzazione le chiavi elettroniche per disinnescare i sistemi di allarme e, soprattutto, le informazioni in tempo reale sui movimenti dei colleghi. «Il collega sta mangiando, approfitta adesso… Falli cominciare, hai capito?», avrebbe detto in una delle conversazioni finite agli atti, dimostrando come la pianificazione dei raid fosse minuziosa e affidata a chi, paradossalmente, avrebbe dovuto proteggere quei locali. Non solo: la banda, che agiva a livello nazionale con basisti e ricettatori in diverse regioni, era solita utilizzare auto a noleggio e utenze telefoniche dedicate per evitare di essere intercettata, e in alcuni casi non esitava a oscurare le telecamere di sorveglianza con della schiuma o ad abbattere le porte pur di accedere ai magazzini dove erano custoditi i farmaci più preziosi. Quella stessa professionalità, però, mancava del tutto nella gestione successiva della merce.
Il business dei farmaci “fuori catena” e il mercato nero internazionale
Perché il furto, per quanto ingente, era solo il primo anello di una catena ben più complessa e redditizia. I medicinali oncologici, infatti, hanno un valore altissimo proprio per la loro specificità e per il bisogno improcrastinabile che rappresentano per i pazienti, ma richiedono una conservazione rigidissima, la cosiddetta “catena del freddo”, senza la quale perdono ogni efficacia e possono addirittura diventare pericolosi. Ebbene, come hanno sottolineato gli stessi inquirenti in una nota a firma del procuratore Nicola Gratteri, «la professionalità dimostrata nell'esecuzione dei furti non si estendeva alla catena del freddo necessaria per la conservazione delle sostanze farmacologicamente attive, rendendo i farmaci ricettati potenzialmente dannosi». La refurtiva, infatti, veniva spesso trasportata in modo avventato e stoccata in luoghi non idonei, prima di essere immessa in un mercato parallelo che dalla Campania si diramava verso altre regioni, con ramificazioni accertate in Calabria e probabilmente anche all'estero, dove i farmaci venivano rivenduti a ignari intermediari o, peggio, a pazienti disperati. In un caso, è emerso il tentativo di piazzare partite di Dusport 500, un farmaco scaduto da oltre un anno, con il concreto rischio che assumerlo potesse rivelarsi fatale.
L'episodio agghiacciante: il bambino di 12 anni usato come palo
Tra i particolari emersi nelle carte dell'inchiesta, ce n'è uno che restituisce la spregiudicatezza e la cinicità del gruppo, al punto da aver spinto gli investigatori a parlare di una sorta di “eredità criminale” trasmessa sul campo. Durante l'ultimo dei colpi al Policlinico Federico II, quello messo a segno il 10 dicembre del 2024, Alessio Donnarumma, ritenuto uno degli organizzatori, avrebbe portato con sé il figlio di appena dodici anni, utilizzandolo come palo mentre i complici, tra cui Diomede Contini, Francesco Celentano e Francesco Pandolfo, forzavano le inferriate per introdursi nel laboratorio UNICA4 e asportare farmaci per un valore di oltre 760mila euro. Il minore, rimasto in sella alla moto del padre, osservava le operazioni e teneva d'occhio i dintorni, in una sorta di iniziazione forzata ai meccanismi del crimine. Un episodio che ha aggravato la posizione degli indagati e che mostra il volto più odioso di un'organizzazione capace di speculare sulla salute altrui senza alcuno scrupolo, arrivando a coinvolgere i propri familiari pur di portare a termine il raid.




