Nato, solo sei Paesi sostengono la linea di Trump sull’Iran. Tra questi due balcanici e due baltici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono appena sei, su trentadue membri totali dell’Alleanza Atlantica, i Paesi che hanno fin qui espresso pubblicamente il loro sostegno agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Si tratta, nel dettaglio, di Repubblica Ceca, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Lituania e Lettonia, un elenco che rivela, se lo si osserva con attenzione, una geografia politica ben precisa: tre nazioni balcaniche — tra le quali figura anche il Kosovo, che pure non è formalmente membro Nato ma si è allineato senza riserve — e due Stati baltici, storicamente legati a Washington in materia di sicurezza, cui si aggiunge Praga.

La prima ministra albanese, Edi Rama, ha pubblicamente manifestato il proprio appoggio fin dal 28 febbraio, giorno in cui le operazioni militari hanno avuto inizio, dichiarando su X di sostenere gli Stati Uniti nell’assistenza militare fornita a Israele sotto la guida del presidente Trump, e contestualmente ha condannato quelle che ha definito “aggressioni informatiche” iraniane contro Tirana, episodi che avevano già portato alla rottura delle relazioni diplomatiche nel 2022. Analoga, se non più netta, la posizione della presidente kosovara Vjosa Osmani, che ha rilanciato il discorso di Trump definendo l’operazione come “l’ora della libertà” per il popolo iraniano, grazie alla leadership americana, e assicurando che Pristina continuerà a sostenere le azioni intraprese dagli Stati Uniti e dagli altri alleati per porre fine al regime di Teheran.

Dai Paesi baltici, e in particolare dalla Lituania, il consigliere per la politica estera del presidente Gitanas Nausėda ha motivato l’appoggio ricordando come Stati Uniti e Israele abbiano agito correttamente dopo che l’Iran aveva ignorato le richieste di cessare l’arricchimento dell’uranio e la produzione di armi nucleari, definendo l’attacco una conseguenza inevitabile. Il presidente lettone Edgars Rinkēvičs, pur dichiarando di preferire la diplomazia, ha comunque definito l’operazione “comprensibile”, inquadrandola come l’esito di decenni di attività iraniane, e ha subordinato un eventuale ritorno al negoziato alla rinuncia di Teheran a qualsivoglia programma nucleare militare. Dalla Macedonia del Nord, il ministro degli Esteri Timčo Mucunski ha ribadito la solidarietà agli alleati americani di fronte a quelle che ha definito “minacce destabilizzanti” in Medio Oriente, sottolineando come la prevenzione resti essenziale laddove sussistano rischi credibili.

Di segno opposto, e decisamente più se, le reazioni del resto dell’Alleanza e dell’Unione Europea. La presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha già fatto sapere che l’opzione percorribile per l’Italia è semmai quella di rafforzare le operazioni di scorta Ue nel Mar Rosso, ritenendo la situazione nello Stretto di Hormuz troppo complessa e tale da configurare un coinvolgimento diretto nel conflitto che Roma non intende assumersi. Analogamente, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha escluso la partecipazione della Germania a operazioni militari a protezione delle petroliere, ricordando che la Nato è un’alleanza difensiva e non di intervento, mentre il primo ministro belga Bart De Wever ha assunto una posizione di netto rifiuto. La Spagna, per bocca della ministra della Difesa Margarita Robles, ha definito il conflitto privo di giustificazione e in violazione del diritto internazionale, escludendo qualsiasi impegno militare a Hormuz. Persino l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, è stata costretta a prendere atto della situazione, dichiarando senza mezzi termini che “questa non è una guerra dell’Europa” e che gli Stati membri non intendono estendere l’operazione di scorta Aspides allo Stretto di Hormuz.

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