Khamenei nel vicolo cieco: la sfida all'Occidente e l’ultimo atto del regime
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Redazione Esteri
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Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran, ha scelto il tono della resistenza estrema, quello che non ammette compromessi, in un messaggio registrato in cui invoca la «nazione iraniana» senza fare riferimento alla Repubblica islamica, agli Imam o alle sure del Corano. Un discorso insolito, trasmesso da una televisione di Stato con un’immagine sgranata e una voce che sembra provenire da un luogo remoto, quasi sepolto. E forse non è un caso: il bunker da cui parla, secondo alcune ricostruzioni, si trova a quasi cento metri di profondità, in una zona militarizzata a nord di Teheran. Un rifugio che somiglia sempre più a una tomba.
Trump, tornato alla Casa Bianca, ha imposto una resa incondizionata, e Khamenei risponde con un secco «non ci arrenderemo mai». Ma le carte a disposizione del regime si stanno assottigliando. Gli attacchi israeliani, chirurgici e ripetuti, hanno colpito bersagli strategici senza che le difese iraniane potessero opporre una reazione efficace. Nella notte, nuovi raid hanno interessato la capitale, mentre missili balistici lanciati dall’Iran hanno raggiunto quattro zone del centro e del sud di Israele, come confermato dai soccorritori. Una escalation che non sembra destinata a fermarsi, nonostante Putin abbia precisato che Teheran «non ha chiesto aiuto militare alla Russia».
Il Wall Street Journal rivela che Trump ha già approvato un piano d’attacco contro l’Iran, ma aspetta il momento opportuno per il via libera. Intanto, l’Aiea smentisce di aver mai affermato che il Paese stia costruendo la bomba atomica, un dettaglio che potrebbe influire sulle dinamiche diplomatiche. Ma Khamenei, ormai, sembra aver abbracciato una logica diversa: quella del martirio. Come l’imam Hossein, l’ultima salva di missili potrebbe essere il suo gesto definitivo, l’unico che gli resta per non soccombere senza gloria.




