La strage invisibile dei senza dimora: 414 morti in strada nell’ultimo anno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un conto che non si arresta, quello dei corpi ritrovati ai margini delle nostre città, un bollettino che non accenna a diminuire nonostante l’alternarsi delle stagioni. Nel 2025, secondo i dati meticolosamente raccolti dall’Osservatorio fio.PSD nel dossier “La strage invisibile”, in Italia hanno perso la vita in strada 414 persone senza dimora. Una cifra che, segnando un incremento del sei percento rispetto alle 391 vittime del 2024, conferma una tendenza ormai strutturale, lontana dall’essere una contingente emergenza legata unicamente ai rigori invernali, sebbene il freddo costituisca un fattore determinante per molti: ben 226 decessi, infatti, si sono concentrati nel periodo che abbraccia la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, quando le condizioni climatiche continuano a minare corpi già estremamente provati.

Un profilo ricorrente delle vittime

Scorrendo i dati, che l’Osservatorio aggiorna dal 2020, emerge con crudezza il profilo prevalente di chi muore nell’anonimato delle strade e delle stazioni. Si tratta per la quasi totalità, il 91,5 per cento, di uomini, spesso in un’età che non si può definire avanzata. Oltre la metà di loro, il 56,5 per cento, è di nazionalità straniera, un dato che delinea la doppia marginalità di chi, lontano dal proprio paese, finisce per scivolare in una condizione di invisibilità assoluta. Tra questi, la componente maggioritaria, il 45 per cento, proviene da Paesi extraeuropei: una parte significativa arriva dal Marocco, rappresentando il 10 per cento del totale, e dalla Tunisia, con il 3,5 per cento, mentre si registra un aumento delle vittime originarie di Stati indo-asiatici come Bangladesh, India e Pakistan, che insieme raggiungono il 5 per cento. Gli stranieri comunitari, l’11,5 per cento, sono principalmente romeni, una comunità che da sola costituisce il 7,5 per cento di tutte le morti censite.

Le cause profonde di una tragedia annunciata

Quello che i numeri descrivono, senza possibilità di equivoci, è l’epilogo estremo di una vita condotta ai limiti della società, dove la mancanza di un alloggio stabile è solo il sintomo più evidente di una vulnerabilità multiforme. La morte giunge frequentemente in solitudine, lontano dagli occhi e dall’attenzione della collettività, e spesso è preceduta da un progressivo allontanamento dai servizi essenziali, da un accesso difficoltoso o nullo alle cure mediche di base e da un isolamento sociale che diventa una barriera insormontabile. La cronaca nera, talvolta, porta alla luce alcuni di questi casi attraverso le inchieste delle forze dell’ordine o i successivi sviluppi giudiziari, processi che cercano di far luce sulle circostanze, ma che difficilmente riescono a restituire la complessità di un fenomeno così radicato.

La continuità di un fenomeno nazionale

La geografia di questa strage silenziosa non conosce confini regionali, interessando in modo capillare l’intero territorio nazionale, dalle grandi metropoli ai centri urbani di medie dimensioni. La regolarità con cui, mese dopo mese, si consumano queste tragedie – una regolarità che il monitoraggio continuo dell’Osservatorio ha il merito di evidenziare – sottolinea come il fenomeno non sia legato a picchi eccezionali, ma a una costante emorragia di vite umane. Una costante che, pur con lievi oscillazioni annuali, si mantiene stabilmente al di sopra della soglia delle quattrocento vittime, indicando la necessità di una lettura che vada al di là della semplice emergenza meteorologica per interrogarsi sulle carenze strutturali del sistema di protezione sociale e abitativa.

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