Caso Minetti, la teste del Fatto smentisce tutto: “Mai visti festini”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una dichiarazione giurata di quattro pagine, sottoscritta davanti a un notaio a Maldonado, in Uruguay, ha di fatto scardinato l’impianto accusatorio che per settimane aveva messo in discussione la legittimità della grazia presidenziale a Nicole Minetti. Graciela Mabel De Los Santos, la massaggiatrice diventata improvvisamente la testimone chiave delle inchieste del Fatto Quotidiano, ha ufficialmente preso le distanze dalle sue precedenti rivelazioni.

Nel documento, trasmesso alla Procura generale di Milano tramite Interpol e arrivato a destinazione proprio mentre l’istruttoria veniva chiusa, l’ex dipendente del ranch “Gin Tonic” – la proprietà riconducibile al compagno Giuseppe Cipriani – afferma di non aver mai assistito a presunti festini con escort né di essere a conoscenza di un coinvolgimento della ex consigliera regionale in operazioni di assoldamento di prostitute.

Una giravolta definitiva che, dopo settimane di versioni altalenanti e interviste televisive (come quella rilasciata alla trasmissione online uruguaiana Sin Piedad, nella quale aveva già ridimensionato il racconto), ora viene cristallizzata in un atto ufficiale destinato a chiudere la vicenda.

Il parere della Procura generale e la tempistica dell'atto notarile

Il documento, va detto, arriva a valle di un lavoro investigativo già concluso. Giovedì 3 giugno, infatti, la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni aveva già trasmesso al Quirinale una relazione nella quale si escludeva qualsiasi anomalia nella procedura di clemenza.

Le verifiche – condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo e supportate da accertamenti internazionali – avevano già evidenziato come le notizie di stampa fossero prive di riscontri oggettivi, smentite peraltro da numerose testimonianze raccolte nell’ambito delle indagini difensive promosse dai legali di Minetti e Cipriani.

Nonostante la ritrattazione formale sia stata consegnata all’ambasciata italiana già nella seconda metà di maggio, l’intera documentazione è giunta a Milano soltanto il 3 giugno, quando l’istruttoria era stata ufficialmente archiviata.

Una circostanza che non ha impedito alla magistratura di inoltrare immediatamente l’atto al Ministero della Giustizia e, da lì, al Colle, tanto chiara appariva la volontà della De Los Santos di rettificare una versione che – a suo dire – sarebbe stata travisata o fraintesa a causa di problemi linguistici e di traduzione durante le precedenti interlocuzioni con i giornalisti italiani.

La strategia legale: risarcimenti e azioni per diffamazione

Sul fronte giudiziario, tuttavia, la parola “fine” non è ancora stata scritta, almeno per quanto riguarda i riflessi civilistici e penali della vicenda. Gli avvocati Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi – che assistono la coppia Minetti-Cipriani e il loro figlio adottivo – hanno ricevuto pieno mandato per agire in tutte le sedi opportune.

L’obiettivo dichiarato, come spiegato dallo stesso Fisicaro, non è alimentato da astio o volontà di rivalsa personale: l’interesse primario resta la tutela della salute del minore, la cui gravissima patologia (contratta a causa delle condizioni di salute della madre biologica) richiede cure periodiche e costanti a Boston.

Tuttavia, la “gogna mediatica” subita avrebbe cagionato un danno reputazionale ormai irreversibile, spingendo il team legale a depositare una richiesta di risarcimento da 250 milioni di euro nei confronti del Fatto Quotidiano, nonché delle trasmissioni “Report” e “È sempre Cartabianca”.

Le prossime scadenze e la fine delle polemiche politiche

La strategia della difesa si muove su un doppio binario: da un lato, la causa civile, che prevede un passaggio obbligatorio di mediazione già calendarizzato per fine mese a Roma; dall’altro, la valutazione di eventuali querele penali per diffamazione aggravata, ancora in fase istruttoria.

Il dato ormai consolidato, supportato dalla relazione della Procura generale e dalla ritrattazione formale dell’unica testimone oculare mai addotta a sostegno delle tesi del quotidiano diretto da Marco Travaglio, è che non esiste alcun elemento per ritenere irregolare la grazia concessa dal presidente Sergio Mattarella.

La cancellazione della pena di tre anni e undici mesi – inflitta per favoreggiamento della prostituzione e peculato – viene quindi considerata ormai un atto dovuto, in virtù delle mutate condizioni di vita della diretta interessata e, soprattutto, della necessità di garantire assistenza continuativa al minore. Per il 12 giugno, al Tribunale di Sorveglianza, è attesa solo l’udienza che formalizzerà la cancellazione della pena pendente, un passaggio tecnico che chiude di fatto un caso mediatico destinato a lasciare strascichi solo nelle aule di tribunale.

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