La Pasqua senza processione a Gerusalemme, la guerra cambia il volto dei riti tra le porte chiuse del Santo Sepolcro
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Redazione Esteri
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Gerusalemme si avvia verso la Settimana Santa con un peso che non si ricordava nemmeno durante i lockdown della pandemia, quando – per quanto fossero rigide le restrizioni – la processione della Domenica delle Palme era stata risparmiata. Quest’anno invece, per la prima volta in tempi recenti, quella solenne salita dal Monte degli Ulivi che segna l’avvio dei riti è stata cancellata. Le autorità religiose, coordinate dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, hanno dovuto prendere atto di una realtà che lascia poco spazio all’improvvisazione: le celebrazioni ordinarie aperte a tutti non si possono tenere, e lo si deve a una guerra che dal 28 febbraio ha riacceso il conflitto con una violenza che né israeliani né palestinesi avevano più sperimentato con questa intensità negli ultimi anni.
La popolazione israeliana vive con i nervi tesi, e lo si capisce dal modo in cui si muove per strada: le orecchie sono attente al suono delle sirene, gli occhi fissi sui messaggi d’allerta che la protezione civile recapita direttamente sui telefoni cellulari, pronti a scattare verso i rifugi – dove questi rifugi esistono e sono raggiungibili. È un clima di attesa costante, che rende quasi surreale il contrasto con l’approssimarsi di una festività che dovrebbe essere di rinascita. E poi c’è il dettaglio, quello che per chi osserva la geografia dei luoghi santi pesa come una pietra: il cancello del Santo Sepolcro è sbarrato dal giorno in cui è iniziata l’offensiva, e così pure l’accesso dei musulmani alla Spianata delle Moschee; ma il Muro Occidentale, il principale luogo di culto ebraico dell’area, resta invece aperto. Difficile, per chi frequenta le dinamiche della Città Vecchia, liquidare la cosa come un incidente amministrativo.
La lettura politica di questa disparità non è eludibile, e del resto da anni c’è chi – all’interno della destra religiosa israeliana – lavora per erodere lo status quo che regola l’accesso ai luoghi sacri. Sono quelli che sognano il Terzo Tempio, quelli per i quali la presenza islamica sulla Spianata rappresenta un’anomalia temporanea da correggere, quelli che non esitano a parlare apertamente di “riappropriazione”. Per loro la chiusura delle moschee, giustificata con ragioni di sicurezza, potrebbe rivelarsi un precedente utile, un passo avanti in un disegno che ha radici profonde e che va oltre le contingenze belliche. Non è un caso che le incursioni notturne nei quartieri palestinesi di Gerusalemme si siano moltiplicate, e che i posti di blocco – ormai più di ottanta – rendano ogni spostamento una pratica estenuante per chiunque abbia un documento diverso da quello israeliano.
In mezzo a tutto questo, i cristiani della Terra Santa si trovano a vivere una Pasqua che il patriarca stesso ha definito “una ferita”. Non si tratta soltanto dell’annullamento della processione delle Palme, sostituita da un generico “momento di preghiera” per la città in un luogo ancora da definire. C’è anche la Messa Crismale – quella in cui vengono benedetti gli oli santi – che è stata rinviata a data da destinarsi, con la speranza di poterla recuperare entro il tempo pasquale se la situazione lo consentirà. Il cardinale Pizzaballa, in una nota diffusa dal Patriarcato latino, ha spiegato che non è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale con le celebrazioni al Santo Sepolcro e negli altri luoghi della Passione, e che il dialogo con le autorità competenti procede giorno per giorno, nell’impossibilità di fornire indicazioni definitive.
Resta aperta, e non è un dettaglio da poco, la possibilità per i parroci e i sacerdoti di favorire la preghiera nelle singole chiese, sebbene con modalità ridotte. Pizzaballa ha invitato i fedeli a supplire alle limitazioni con la preghiera in famiglia, e ha proposto una giornata particolare – sabato 28 marzo – in cui recitare il rosario preparato da padre Francesco Patton, il Custode di Terra Santa, per implorare il dono della pace. È un modo per tenere insieme una comunità che altrimenti rischierebbe di disperdersi, ma resta il fatto che per la prima volta dal 28 febbraio – il giorno in cui il conflitto è esploso con questa nuova furia – il sepolcro vuoto, che dovrebbe essere il sigillo della vittoria della vita, è inaccessibile ai pellegrini e a gran parte dei fedeli locali. Non ci sono turisti, non ci sono i grandi flussi che animavano la città, e la recessione commerciale che ne deriva ha costretto alla chiusura decine di botteghe nella Città Vecchia.




