Il Pd della Romagna Faentina insorge contro la nuova legge sulla montagna: “Così si penalizzano Brisighella e Riolo Terme”
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Redazione Interno
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Il Partito Democratico della Romagna Faentina ha rotto gli indugi e ha preso posizione in maniera netta rispetto all’ordine del giorno licenziato all’unanimità dal Consiglio dell’Unione della Romagna Faentina, un atto che mira a tutelare quei territori montani che rischiano di uscire con le ossa rotte dal nuovo impianto normativo voluto dal governo. La legge 12 agosto 2025, numero 131, entrata in vigore lo scorso 20 settembre dopo il via libera definitivo del Senato, stravolge infatti i vecchi parametri e introduce criteri – basati su altezza e pendenza – che, secondo i dem, finiranno per escludere dalle agevolazioni statali molti comuni storicamente considerati montani. Il cuore della polemica, per i democratici, sta nel fatto che la nuova normativa, nell’abbandonare il vecchio sistema di ridelimitazione territoriale sub-comunale per abbracciare parametri statistici medi riferiti all’intero territorio comunale, comporterà una significativa riduzione della platea dei beneficiari delle misure dedicate alla montagna.
Non è solo una questione di numeri, ma di sostanza: il criterio dell’altezza sul livello del mare, se applicato in maniera rigida e senza possibilità di deroga, rischia di tagliare fuori realtà come Brisighella e Riolo Terme, che di montano hanno non solo il territorio, ma anche le problematiche legate allo spopolamento e alla difficoltà di accesso ai servizi. La stessa preoccupazione è stata espressa con forza dal sindaco di Fossombrone, Massimo Berloni, il quale ha manifestato tutto il suo scetticismo verso un parametro – quello dei fatidici 350 metri di altitudine – che definisce troppo limitativo per fotografare la complessità dei comuni dell’Appennino. “Confido nella Regione: trovi una alternativa”, ha dichiarato il primo cittadino, lanciando un appello chiaro affinché l’ente intermedio si faccia carico di colmare il vuoto lasciato da Roma e trovi soluzioni per non lasciare indietro quei territori che montani lo sono per conformazione e per storia, ma che rischiano di non esserlo più per decreto.
Il dibattito, come è inevitabile che sia, si è acceso anche in altre province, e a Rieti se n’è parlato in un convegno organizzato dalla Lega Salvini Premier presso la Sala Consiliare della Provincia, un incontro partecipato nel quale i sindaci hanno potuto confrontarsi sul nodo spinoso dello spopolamento e sulle contromisure da adottare per invertire la rotta. E se il governo, per bocca del ministro Calderoli, esulta parlando di “promessa mantenuta” e di risorse che finalmente andranno alle “vere terre alte”, c’è chi invece storce il naso e parla di ingiustizia. Tra questi c’è Giorgio Mochi, ex sindaco di Piobbico e dirigente provinciale di Fratelli d’Italia, il quale – pur essendo dello stesso campo politico del ministro – ha voluto dire la sua con una precisione certosina: per Mochi, i veri comuni montani della provincia sono soltanto quelli con una tradizione e una conformità geografica inequivocabile, come Serra Sant’Abbondio, Frontone, Cantiano, Piobbico stessa, Apecchio, Mercatello sul Metauro, Borgo Pace, Frontino, Carpegna, Pietrarubbia, Monte Cerignone e Monte Grimano Terme. Il problema, secondo l’ex primo cittadino, è che se si allarga la lista includendo comuni che montani non lo sono per davvero, si finisce per depauperare il fondo destinato alle genti della montagna, sottraendo risorse preziose a chi vive quotidianamente le difficoltà di quei territori.
Un crinale sottile tra statistica e identità
La legge 131, nel suo impianto, cerca di mettere ordine in un panorama che negli anni aveva finito per includere nella definizione di “montano” anche comuni che montani lo erano solo sulla carta, basti pensare che Roma e Bologna, con un’altimetria media rispettivamente di 67 e 82 metri, figuravano in qualche modo nell’elenco. Il ministro Calderoli, nel rispondere a un’interrogazione alla Camera lo scorso dicembre, ha difeso la riforma spiegando che l’obiettivo è concentrare le risorse – circa 200 milioni di euro annui – sulle zone autenticamente montane, riducendo da oltre quattromila a poco meno di duemilanovecento il numero dei comuni classificati come tali, sulla base di parametri oggettivi come la pendenza del territorio e l’altitudine. Eppure, la strada è in salita: secondo le stime del Dipartimento, l’applicazione dei nuovi criteri – che richiedono almeno il 25 per cento della superficie sopra i 600 metri e una pendenza significativa – porterà all’esclusione di oltre milleduecento comuni che finora godevano dei benefici, con la dorsale appenninica che rischia di essere la più penalizzata. Il Partito Democratico, attraverso i suoi parlamentari, ha già presentato interrogazioni per chiedere una revisione dei criteri, parlando di rischio di “iniqua redistribuzione delle risorse” e di una logica che finisce per contrapporre territori che condividono gli stessi problemi e le stesse necessità, al di là dei confini tracciati con il calcolatore.




