Olio d’oliva, la corsa al recupero dell’Italia: produzione a 20% ma il Sud resta al palo
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Redazione Economia
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Il primo trimestre del 2026 si apre con segnali contrastanti per l’olivicoltura italiana. Da un lato, i dati macroeconomici restituiscono l’immagine di un settore in chiara ripresa dopo le flessioni degli anni precedenti; dall’altro, le cronache locali, in particolare quelle che arrivano dalle regioni insulari, dipingono uno scenario di profonda sofferenza per migliaia di aziende agricole, messe in ginocchio da eventi climatici avversi che hanno decimato i raccolti. Secondo quanto emerge dall’Osservatorio sul mercato oleario internazionale di Certified Origins, la produzione nazionale per la campagna 2025/26 si attesta intorno alle 300.000 tonnellate, segnando un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Un dato, questo, trainato quasi esclusivamente dal recupero delle regioni meridionali, che riporta il Paese a giocare un ruolo più competitivo nella filiera internazionale, sebbene ancora lontano dai numeri registrati dalla Spagna, saldamente al primo posto con una stima di 1,37 milioni di tonnellate a livello globale.
Le difficoltà del Mezzogiorno e il crollo produttivo in Sardegna
Se il dato aggregato sembra suggerire un’inversione di tendenza, lo spaccato offerto da territori storicamente vocati come la Sardegna racconta una realtà ben diversa, fatta di aziende in difficoltà e bilanci in rosso. Coldiretti Sardegna ha definito “annata nera” per l’olivicoltura isolana quella appena conclusa, con numeri che assumono i contorni di una vera e propria emergenza economica e sociale. Il crollo produttivo, infatti, supera il 43% su base annua, toccando un drammatico -56% se paragonato alla stagione 2022/23, che aveva invece fatto registrare livelli produttivi soddisfacenti. Un tracollo che si traduce in meno reddito per le imprese, costrette a fare i conti con una riduzione drastica del fatturato, e in una minore disponibilità di prodotto per i consumatori.
Il dato più eclatante arriva dalla provincia di Oristano, cuore pulsante della produzione olearia sarda, dove la situazione si fa critica. Nella campagna 2025-2026, sono state lavorate appena 3.104 tonnellate di olive destinate alla trasformazione olearia, a fronte delle 10.054 tonnellate dell’annata precedente. Una flessione del 69% in un solo anno che certifica, senza possibilità di appello, la perdita di oltre due terzi della capacità produttiva del territorio. Di fronte a questo scenario, Coldiretti ha intensificato la pressione sulla Regione Sardegna, chiedendo l’attivazione di tutti gli strumenti previsti dalla normativa nazionale per le calamità naturali – a partire dal decreto legislativo n.102 del 2004 – affiancati da specifiche misure di ristoro regionali per sostenere le imprese colpite dalle ingenti perdite.
L’equilibrio instabile dei mercati internazionali
A complicare il quadro per gli operatori italiani, nonostante il recupero produttivo complessivo, concorrono le dinamiche instabili del commercio globale. A livello mondiale, la produzione stimata per il 2026 è di 3,44 milioni di tonnellate, in calo del 4% rispetto al 2025, ma è il contesto dei prezzi e delle nuove barriere commerciali a dettare l’agenda. Il divario tra le quotazioni italiane e quelle spagnole si sta allargando: l’extravergine italiano si conferma il più caro – con una media di 6,90 euro al kg per il convenzionale e 7,50 per il biologico – mentre la Spagna si attesta su livelli decisamente più competitivi (4,60 euro/kg), così come Portogallo e Tunisia aumentano la pressione sul mercato dello sfuso.
Sul fronte nordamericano, gli Stati Uniti si confermano un mercato record per i consumi di olio d’oliva, stimati in 478.000 tonnellate entro la fine dell’anno. Tuttavia, il panorama competitivo per l’export italiano si fa più insidioso. Dal 24 febbraio 2026, è entrato in vigore un dazio del 10% sulle importazioni di olio – una percentuale inferiore al 15% inizialmente paventata, che comunque grava sui costi finali – ma la vera novità arriva dall’emergere di un nuovo competitor interno al mercato Usa. L’acquisizione di California Olive Ranch da parte della australiana Cobram Estate ha dato vita al più grande produttore americano di extravergine, un polo che, forte di oltre 3.200 ettari di uliveti altamente meccanizzati, punta a contendere alle Dop italiane la fetta più pregiata del mercato, forte dell’assenza di dazi e di tempi di consegna più rapidi.
La pressione dei costi e le rotte commerciali alternative
A rendere ancora più difficile la navigazione per le aziende della filiera ci pensano i rincari delle materie prime e dell’energia. Il costo del greggio, che ha superato la soglia dei 120 dollari al barile, si riflette sull’intera logistica, così come l’aumento del 6,5% dei fertilizzanti incide pesantemente sui bilanci degli agricoltori, anticipando pressioni al rialzo sui prezzi agricoli già a partire dal terzo trimestre dell’anno. In questo contesto di costi crescenti e concorrenza agguerrita, l’industria italiana guarda con interesse alla diversificazione dei mercati di sbocco. Gli accordi commerciali recentemente siglati dall’Unione Europea con il Mercosur e con l’India, che prevedono la riduzione dei dazi fino allo 0% nell’arco di cinque anni, aprono prospettive interessanti per le filiere certificate, mettendo a disposizione un bacino potenziale di quasi 1,8 miliardi di consumatori. Una via d’uscita, questa, che potrebbe contribuire a valorizzare le eccellenze DOP e IGP italiane, in un momento in cui il mercato interno e quello tradizionale statunitense mostrano segnali di saturazione e pressione competitiva senza precedenti.




