Tokyo chiude in rialzo, debutta l’intervento sullo yen. Borse asiatiche frenate dalla festa del Primo maggio
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Redazione Economia
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È bastato un lieve, seppur significativo, scostamento dall’andamento generale per tenere accesi i riflettori sui mercati asiatici, dove la seduta del primo maggio ha prodotto un quadro a dir poco frammentato. Se da un lato la gran parte dei listini regionali è rimasta sbarrata per le festività, dall’altro Tokyo ha offerto una performance che, pur modesta nella sostanza, merita un’analisi più approfondita per via dei fenomeni strutturali che l’hanno accompagnata. Il Nikkei ha archiviato la giornata con un +0,38%, un risultato che – di per sé poco entusiasmante – diventa rilevante se letto alla luce di quel raro intervento diretto sul cambio che le autorità nipponiche hanno deciso di mettere in atto per arginare la frana dello yen; un’azione, quest’ultima, che mancava ormai da quasi due anni e che ha impresso una scossa controllata ai rendimenti dei titoli di Stato locali.
Il meccanismo dell’intervento valutario e i riflessi sulla seduta
La decisione di intervenire sul mercato dei cambi è scattata dopo che il biglietto verde aveva raggiunto soglie ritenute insostenibili per l’economia giapponese, minacciando di vanificare gli effetti della recente stretta monetaria della Banca del Giappone. In pratica, le autorità hanno venduto dollari per acquistare yen, provocando un rafforzamento della valuta locale che si è riversato immediatamente sui rendimenti dei bond decennali; questi ultimi, in leggero ma costante rialzo, hanno offerto un argine alla pressione speculativa che aveva spinto il cambio verso i massimi degli ultimi ventidue mesi. La seduta di Tokyo ha assorbito l’annuncio senza scossoni particolari, anzi, traendo proprio dalla stabilità del cambio quel minimo di fiducia necessario a sostenere i corsi di un ristretto numero di titoli tecnologici: non si è trattato di un rally esteso, semmai di una selettiva spinta al rialzo, dove i guadagni si sono concentrati sulle società esposte all’export (e quindi più sensibili a un rafforzamento dello yen solo se contenuto) e su quelle che hanno beneficiato della scia ancora calda dei record di Wall Street.
Il contesto energetico e la pressione sulle trimestrali
A complicare il quadro generale per l’indice Nikkei ci ha pensato, ancora una volta, il capitolo energia. Nonostante un lieve ridimensionamento nelle contrattazioni asiatiche, il petrolio si mantiene su livelli proibitivi, con il Brent stabilmente intorno a quota 111 dollari al barile e il WTI che non accenna a scendere sotto la soglia psicologica dei 110 dollari. Una dinamica, quella dei rincari, che per un paese importatore come il Giappone rappresenta una doppia lama: da un lato alimenta le tensioni inflazionistiche già esistenti, dall’altro comprime i margini operativi di interi settori, a partire dai trasporti e dalla logistica, che si trovano a dover assorbire costi crescenti senza la possibilità di trasferirli immediatamente a valle. Le pressioni combinate di uno yen che potrebbe rafforzarsi ulteriormente (specie se l’intervento valutario dovesse replicarsi) e di un caro-energia persistente rischiano di neutralizzare i guadagni strappati da quei pochi colossi tecnologici che, finora, hanno tenuto banco.
Le incognite geopolitiche e l’attesa per le trimestrali
A muovere i fili sullo sfondo, senza però tradursi ancora in una vera e propria stretta sui prezzi, rimane lo stallo ormai cronico sulle negoziazioni tra Iran e Stati Uniti riguardo al conflitto in Medio Oriente; una situazione di stallo che, paradossalmente, fino a questo momento ha evitato un’ulteriore impennata delle quotazioni del greggio, lasciando respirare i mercati azionari. La settimana delle trimestrali ha infatti mostrato finora risultati incoraggianti, sufficienti a giustificare la cauta apertura del Nikkei – in leggero rialzo dello 0,13% nella prima parte della sessione – ma non a innescare quella svolta rialzista che molti analisti attendevano. Il raffronto con i tassi d’interesse americani resta impietoso: finché lo scarto tra i rendimenti Usa e quelli giapponesi rimarrà così ampio, ogni intervento diretto sul forex rischia di avere effetti temporanei, limitandosi a tamponare le fasi più acute della débâcle dello yen piuttosto che a invertirne la tendenza di fondo.




