Barilla e Antinori, il made in Italy sotto scacco dei dazi Usa
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Redazione Interno
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Il 2 aprile potrebbe segnare una data cruciale per l’economia globale, con gli Stati Uniti pronti a imporre nuovi dazi che rischiano di innescare una guerra commerciale senza precedenti. Una mossa, voluta dall’amministrazione Trump, che potrebbe colpire il 12% del commercio mondiale, secondo stime recenti. Tra i settori più esposti c’è quello del made in Italy, con oltre 44 mila operatori commerciali italiani che potrebbero subire gli effetti delle nuove tariffe. A lanciare l’allarme è Ferruccio de Bortoli nella sua analisi su L’Economia, in edicola domani con il Corriere della Sera.
Il vino, in particolare, si trova al centro della tempesta. Con dazi che potrebbero raggiungere il 200%, i produttori italiani si preparano a uno scenario che molti definiscono già “apocalittico”. Manuele Biava, produttore di Scanzorosciate, racconta di come il clima di incertezza abbia spinto i suoi clienti americani a richiedere anticipazioni nelle consegne. «La paura dei dazi aleggiava già prima che Trump si insediasse alla Casa Bianca», spiega Biava, che esporta il 70% del suo Moscato di Scanzo in tre continenti, con New York come mercato di riferimento. «Non c’è isteria, ma si naviga a vista: non sappiamo che cosa succederà».
La tensione commerciale tra Bruxelles e Washington, che trova nel vino e nelle bevande alcoliche uno dei suoi terreni di scontro, rischia di avere ripercussioni immediate. I produttori italiani, infatti, devono fare i conti con un sistema di distribuzione statunitense che li obbliga a passare attraverso importatori o distributori, i quali a loro volta riforniscono supermercati, wine-bar e ristoranti. Un meccanismo che, in caso di dazi elevati, potrebbe portare al rifiuto di sdoganare le merci, lasciando le bottiglie bloccate nei porti.
Micaela Pallini, presidente di Federvini, conferma che gli effetti si stanno già facendo sentire. «Tutti i nostri associati hanno ricevuto dagli importatori la richiesta di sospendere le spedizioni», racconta Pallini, appena rientrata dagli Stati Uniti. «Nessuno vuole correre il rischio che le bottiglie vengano colpite da dazi prima di aver raggiunto il suolo americano». La situazione, già critica, potrebbe peggiorare ulteriormente: «I ristoranti iniziano a non avere le bottiglie», aggiunge, sottolineando come l’incertezza stia paralizzando gli ordini e facendo lievitare i costi.
Non solo vino, però. Anche colossi come Barilla e Antinori si stanno preparando a fronteggiare l’ondata di dazi, cercando di limitare i danni in un contesto che appare sempre più volatile. Per Barilla, che esporta gran parte della sua produzione di pasta negli Stati Uniti, l’aumento delle tariffe potrebbe significare una riduzione della competitività sul mercato americano, con ripercussioni significative sui ricavi. Stesso discorso per Antinori, che vede negli Usa uno dei mercati più importanti per i suoi vini pregiati.
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