Lo chef Massimo Bottura: la cucina italiana patrimonio Unesco è un rito collettivo, ora servono investimenti
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Redazione Interno
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Con parole intrise di una commozione schietta, lo chef e patron dell’«Osteria Francescana» a Modena, Massimo Bottura, ha definito l’inserimento della cucina italiana fra i Patrimoni immateriali dell’Unesco un’«emozione intima, quasi sommessa». Bottura, il cui contributo al percorso di candidatura è stato ampiamente riconosciuto, ha espresso gratitudine verso coloro che gli hanno trasmesso i gesti di un sapere secolare, assumendosi al contempo una precisa responsabilità verso ciò che ora è chiamato a custodire. La gioia più grande, ha sottolineato lo chef, risiede nel sapere di aver contribuito non da solo ma come parte di un grande «noi», descrivendo il riconoscimento come la vittoria di un vero e proprio rito collettivo che travalica i confini della ristorazione d’eccellenza.
Il valore economico di un patrimonio immateriale
Questo patrimonio, che qualcuno non esita a paragonare a un “petrolio” da settecento miliardi di euro sul piatto, non è però una risorsa estratta dal sottosuolo bensì il frutto di una ricchezza creata in secoli di storia e di pratiche condivise. Esso rappresenta infatti la sintesi viva del lavoro nei campi, della manualità domestica, dell’innovazione tecnologica applicata alla trasformazione e di quell’arte dell’ospitalità che accoglie l’ospite come a casa propria. In questo quadro complesso, i grandi chef e i cosiddetti “cuochi d’artificio” costituiscono soltanto la punta più visibile di un diamante, la cui lucentezza deriva da una moltitudine di mani e di saperi diffusi, i quali meritano, secondo Bottura, un deciso incremento degli investimenti per essere sostenuti e tramandati.
La soddisfazione di Casa Artusi e il lavoro per la candidatura
Da Forlimpopoli, culla della cucina domestica italiana, Mattia Fiandaca, responsabile progetti culturali di Casa Artusi, ha espresso una soddisfazione che affonda le radici in un impegno concreto. «Casa Artusi fin dal 2020 ha lavorato notte e giorno per sostenere questo riconoscimento», ha dichiarato, sottolineando come oggi si sia scritta una pagina di storia per l’umanità. L’accento, come nella tradizione artusiana, non è posto tanto sulla celebrazione di singoli prodotti o ricette, quanto sul sentimento e sul valore culturale che il cibo assume nella quotidianità, un aspetto immateriale che costituisce il vero cuore della candidatura e che ora riceve una consacrazione internazionale.
Una nuova ripartenza dopo la celebrazione
La notizia, giunta da Nuova Delhi, è stata accolta con entusiasmo anche da Enrico Bartolini, lo chef più stellato d’Italia, il quale ha ricevuto la conferma mentre era al lavoro con la sua brigata. «Allora è fatta?», ha chiesto, per poi esprimere la consapevolezza della portata di un risultato che non era per nulla scontato. La festa con lo spumante, però, è stata vista da Bartolini come un momento necessario ma transitorio, un preludio a un impegno rinnovato. Ogni traguardo, secondo la sua visione, rappresenta infatti una nuova ripartenza, un’occasione per alzare ulteriormente l’asticella della qualità e del racconto, affinché il riconoscimento non resti un’etichetta ma si traduca in una pratica costante di valorizzazione.




