Car-T “staminali” e l’azzardo della guarigione: la scommessa di Inchingolo che cambierà l’immunoterapia

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La pazienza, si sa, è la virtù della ricerca di base, quella che non fa notizia finché non esplode in una sperimentazione clinica decisiva. È quanto accaduto con il recente studio pubblicato su Cell Press dove un gruppo internazionale, arricchito dal contributo del ricercatore italiano Gabriele Inchingolo (originario di Andria e ora in forza al Leibniz Institute for Immunotherapy di Regensburg), ha dimostrato come l’utilizzo di cellule Car-T con caratteristiche “staminali” possa stravolgere i protocolli esistenti. L’idea di fondo, per quanto appaia controintuitiva rispetto alla logica aggressiva dell’immunoterapia tradizionale, è quasi zen: per vincere a lungo termine, a volte, bisogna saper aspettare. Invece di armare linfocita T fino ai denti spingendolo verso un’uccisione immediata e spesso effimera, i ricercatori hanno optato per una versione più “giovane” del soldato, capace di autorinnovarsi. Queste cellule, tecnicamente definite Tscm (cellule T staminali della memoria), hanno mostrato una persistenza in vivo che le versioni standard, più differenziate, non riescono a garantire.

Dosi ridotte, niente chemio: la rivoluzione silenziosa

Ciò che rende unico questo primo trial sull’uomo, oltre al profilo di sicurezza, è l’azzeramento quasi totale della preparazione tossicologica. Solitamente, prima di infondere le Car-T, si procede con una chemioterapia linfodepletiva per “fare spazio” nel sistema immunitario del paziente, una fase spesso gravosa per chi è già debilitato. Ebbene, nel protocollo guidato da Luca Gattinoni e James Kochenderfer, i pazienti hanno ottenuto remissioni complete senza questa fase preparatoria. Addirittura, lo hanno fatto con dosi bassissime dell’infuso, nell’ordine di 250mila cellule per chilo, una quantità irrisoria se paragonata ai milioni di cellule somministrate nelle terapie convenzionali.

Inchingolo, co-primo autore del lavoro, ha avuto un ruolo cruciale proprio nel monitoraggio di queste dinamiche. Utilizzando tecniche di analisi a singola cellula, ha osservato che queste cellule non si esauriscono in un unico attacco frontale al tumore. Al contrario, si comportano come un esercito organizzato in “ondate successive” (clonal succession). Finché una coorte di cloni è in azione, un’altra resta in quiescenza, pronta a subentrare quando le prime si esauriscono. Questo meccanismo di auto-regolazione spiega perché l’efficacia non cali nel tempo e perché, nonostante l’assenza della chemio preparatoria, le cellule riescano comunque ad attecchire e a proliferare.

Dai tumori all’autoimmunità: il caso di Erlangen

Ma le potenzialità di queste cellule non si fermano ai linfomi o alle leucemie; anzi, il loro raggio d’azione si sta allargando silenziosamente verso orizzonti inaspettati, come dimostra un caso clinico pubblicato sulla rivista *Med* (gruppo *Cell Press*) e ripreso dalla cronaca scientifica tedesca. Una donna di 47 anni, arrivata all’Ospedale Universitario di Erlangen in condizioni critiche, soffriva di tre malattie autoimmuni rare e fisiopatologicamente contraddittorie: anemia emolitica autoimmune (AIHA), trombocitopenia immune (ITP) e sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APLAS).

Per oltre un decennio, i tentativi di curarla con steroidi e immunosoppressori erano falliti, lasciandola dipendente da trasfusioni quotidiane e da anticoagulanti permanenti, in un equilibrio instabile tra il rischio di emorragie e quello di trombosi. L’équipe di Fabian Müller ha deciso di azzardare una terapia Car-T mirata contro le cellule B (quelle che producevano gli autoanticorpi “impazziti”), una procedura più tipica dell’oncologia che dell’immunologia classica. Il risultato, come riferito, è stato sorprendente per rapidità: in tre settimane i valori ematici sono tornati nella norma, e a distanza di un anno la paziente risulta in remissione senza più bisogno di trasfusioni.

Il paradosso del successo e la fuga dei cervelli

Se da un lato i risultati clinici descritti su *Cell* e le remissioni nel caso autoimmune di Erlangen dipingono un futuro roseo per le terapie cellulari, dall’altro emerge la consueta, amara fotografia della ricerca italiana. Gabriele Inchingolo, nonostante il ruolo da protagonista in questa scoperta pubblicata su uno dei massimi circuiti editoriali scientifici, si prepara a lasciare l’Europa per trasferirsi al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. La narrazione, pur concentrata sui dati oggettivi delle sperimentazioni, non può ignorare il sottotesto geopolitico della scienza: mentre la Germania (con l’Istituto Leibniz) e gli Stati Uniti (con il NCI di Bethesda e i vari centri privati) hanno saputo creare un ecosistema dove trial come questo possono fiorire, il sistema italiano fa da osservatore, perdendo pezzi per strada. Le cellule Tscm, nella loro capacità di restare dormienti per esplodere al momento giusto, rappresentano una metafora perfetta di ciò che il capitale umano potrebbe essere se adeguatamente valorizzato; troppo spesso, invece, i ricercatori italiani sono costretti a emigrare per vedere applicate le proprie intuizioni, un circolo vizioso che questa scoperta, paradossalmente, contribuisce a illuminare più di ogni altro dato statistico.

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