Bisceglie, la paura di Patrizia e quel volo di tre metri dal balcone di casa
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Redazione Interno
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Aveva quasi tagliato quel filo trentun anni, Patrizia Lamanuzzi, quando il marito, Luigi Gentile, l’ha afferrata e spinta oltre la ringhiera del balcone di via Vittorio Veneto, a Bisceglie. Una spinta secca, raccontano i vicini senza però aver assistito direttamente all’istante fatale, che l’ha proiettata nel vuoto per poi vederlo seguire a sua volta, in quella che gli inquirenti, al termine dei primi sopralluoghi, non hanno esitato a definire una dinamica di omicidio-suicidio. Lui, 61 anni, lei 54: entrambi sono morti sul colpo, nonostante l’altezza – circa tre metri – fosse tecnicamente ridotta, a dimostrazione di come la violenza di un gesto possa sovvertire ogni pur minima percezione di salvezza.
Una separazione iniziata con le chiavi cambiate
A dare concretezza alla ricostruzione, già nelle ore successive alla tragedia di mercoledì 15 aprile, sono le parole di chi la frequentava ogni giorno. «Era spaventata», ha riferito Nico Di Benedetto, il datore di lavoro di Patrizia, specificando che la donna aveva da tempo deciso di interrompere quella relazione logorante. Lo dimostrava un dettaglio tanto semplice quanto rivelatore: aveva fatto cambiare la serratura di casa, si faceva scortare fino all’ingresso del palazzo e, proprio il giorno del volo, avrebbe dovuto mettere nero su bianco l’accordo di separazione e la vendita dell’appartamento. Una liberazione che Gentile, invece, ha trasformato in una trappola letale.
Femminicidio, suicidio e le altre inchieste parallele
Mentre gli investigatori setacciano l’abitazione di Bisceglie alla ricerca di eventuali elementi – messaggi, referti, testimonianze trascurate – che possano chiarire gli ultimi istanti di quella convivenza, altre vicende giudiziarie intrecciano il racconto della cronaca nera. Non si interrompono, ad esempio, le indagini sulla morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, né si placa il dissidio tra la famiglia di Pamela Genini e Francesco Dolci, il quale ha ribadito con una certa asprezza che «si vuole sempre puntare il dito contro di me». Un quadro frammentato, nel quale emerge anche l’accusa nei confronti di Catherine – di cui non si specifica il cognome – di lucrare sulla propria maternità in vista dell’imminente pubblicazione di un libro.
Statue decapitate e un’indagine che si allarga
Dalla Puglia al Lazio, con un salto geografico che però non allenta la tensione investigativa: a Frosinone, qualcuno sta decapitando sistematicamente le statue votive disseminate lungo le strade e nei pressi delle cappelle rurali. Un gesto che, per quanto ancora privo di un movente chiaro, ha spinto le forze dell’ordine a predisporre controlli mirati e a raccogliere le testimonianze di chi, pregando, ha scoperto i piccoli busti senza testa. Nessuna rivendicazione, per ora, e nessun collegamento certo con gli altri fatti di sangue, se non quella cifra comune di una violenza inspiegabile che, da Bisceglie a Frosinone, tiene banco nelle cronache giudiziarie italiane.




