La spinge dal balcone e poi si butta: il femminicidio di Bisceglie e quel post sulla “vita dura”
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Redazione Interno
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«La vita è dura, ma lo sono anch'io. Non so cosa mi riserva la vita, non smetterò mai di amarla». Lo scriveva qualche anno fa, sorridente in una foto pubblicata su Facebook, Patrizia Lamanuzzi, la cinquantaquattrenne che ieri è stata gettata nel vuoto dal marito, Luigi Gentile, dal balcone del loro appartamento al quinto piano di via Vittorio Veneto a Bisceglie. Una promessa di resilienza infranta nella maniera più violenta, in quello che gli inquirenti, dopo il ritrovamento dei due corpi senza vita sulla rampa del garage condominiale, hanno rapidamente archiviato come l’ennesimo caso di omicidio-suicidio. A dare l’allarme, in una dinamica che lascia spazio a pochi dubbi tecnici, sarebbe stata una vicina di casa, la quale ha riferito di aver sentito la donna urlare e chiedere aiuto pochi istanti prima di vederla precipitare insieme al coniuge.
La ricostruzione dei fatti e il contesto familiare
Secondo le prime verifiche dei carabinieri, che hanno lavorato sul posto con i rilievi del Nucleo Investigativo della provincia Barletta-Andria-Trani, l’uomo di sessantun anni – dopo aver spinto la moglie oltre il parapetto – si sarebbe lasciato andare a sua volta nel vuoto, morendo sul colpo. La coppia, sposata da oltre un quarto di secolo e madre di due figli ormai adulti (uno dei quali residente in Svizzera e l’altro a Trani), stava attraversando una fase di separazione coniugale. Un dettaglio, questo, che per gli investigatori rappresenta la chiave di volta per comprendere il contesto della tragedia: non abitavano più insieme stabilmente da un paio di mesi, e il rapporto sarebbe diventato particolarmente conflittuale in questo ultimo periodo, sebbene all’attivo non risultino denunce per maltrattamenti o episodi di violenza pregressi.
Il racconto del datore di lavoro e la “serenità” ritrovata
A gettare una luce agghiacciante su quanto accaduto, e a sottolineare la repentinità della furia omicida, sono le parole di Nicola Di Benedetto, titolare del supermercato di Molfetta dove Patrizia lavorava da circa un mese e mezzo. È stato proprio lui, casualmente, a rinvenire i corpi mentre accompagnava i figli a scuola, trovandosi faccia a faccia con una scena che ha definito agghiacciante. Di Benedetto ha raccontato che la donna, nelle ultime settimane, «era tornata serena», probabilmente perché aveva intrapreso un nuovo percorso lavorativo e stava cercando di ricostruirsi una vita lontano dalle tensioni domestiche. Una testimonianza che dipinge il ritratto di una vittima consapevole delle difficoltà – «La vita è dura, ma lo sono anch’io» – ma forse non consapevole fino in fondo del rischio che correva.
Le indagini tecniche e gli interrogativi aperti
Gli accertamenti dei carabinieri, che hanno coinvolto i Ris per i rilievi sull’abitazione e su una Chevrolet Matiz parcheggiata nelle vicinanze, si concentrano ora sull’esatta sequenza degli eventi e sulla natura dell’ultima lite. Se da un lato l’ipotesi del gesto volontario da parte dell’uomo è quella verosimile – spinta e successivo suicidio –, dall’altro gli inquirenti stanno valutando ogni minimo dettaglio tecnico per escludere che si sia trattato di una caduta accidentale durante la colluttazione. La Procura, che ha aperto un fascicolo per omicidio, ha disposto gli esami autoptici per chiarire la dinamica precisa delle lesioni e verificare se la donna abbia avuto un istante di consapevolezza prima dell’impatto. Quello che emerge con chiarezza, al netto di ogni tecnicismo giudiziario, è la fotografia di un femminicidio consumato tra le mura domestiche, nel silenzio di una separazione annunciata e nonostante un post sui social che prometteva, illusoriamente, un futuro migliore.




