L’Iran ripara i pozzi e chiude lo stretto: la trattativa è in stallo, ma Teherano gioca su due fronti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il regime iraniano, nonostante le prese di posizione pubbliche di apertura che potrebbero arrivare già nelle prossime ore, mantiene una linea dura sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, definito ieri dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, un “blocco intollerabile” per gli Stati Uniti, una condizione che le autorità di Teherano, lungi dal cedere, intendono sfruttare come leva negoziale. Mentre i riflettori sono puntati sulla possibile risposta odierna – prevista dai media americani, tra cui la Cnn – a una nuova bozza di proposta statunitense, sembra delinearsi una strategia precisa: sul tavolo c'è la ricostruzione interna, con i funzionari locali che hanno annunciato di aver cominciato a ripristinare gli impianti petroliferi e del gas danneggiati durante il recente conflitto con Stati Uniti e Israele, un’operazione che richiederà mesi ma che dimostra una volontà di resilienza economica a prescindere dagli esiti del negoziato.

Il surplace negoziale e il pressing dei Pasdaran

Sul fronte diplomatico, la situazione è in una fase di stallo che, per usare un termine ciclico, definiremmo di surplace. Dopo il fallimento del primo round di colloqui a Islamabad, in Pakistan – un vertice che si è concluso senza l’auspicato accordo e che ha portato all’annullamento di un secondo tavolo precedentemente programmato – l’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di estendere a tempo indeterminato il cessate il fuoco. Una tregua sospesa, però, tra le minacce di raid brevi e potenti valutati dagli Stati Uniti e le profonde spaccature che attraversano il gruppo dirigente della Repubblica islamica. Al centro di queste fratture vi è il ruolo dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, che premono per una linea dura e sono arrivati a sconfessare pubblicamente i propri negoziatori; in particolare, è stato Ghalibaf a finire nel mirino, accusato di aver prematuramente ventilato l’ipotesi di una riapertura dello Stretto e di aver dimostrato un’apertura “eccessiva” sul controverso programma nucleare.

Il peso delle parole di Ghalibaf sui social

Lo stesso Ghalibaf, che pure aveva guidato la delegazione nei primi contatti, pare aver pagato lo scotto di questa linea interna tanto che, a seguito delle polemiche – alimentate anche dall’ala più intransigente del regime – si è visto costretto a ridimensionare il suo ruolo, fino a ipotizzare di abbandonare le trattative se non del tutto, quantomeno nel ruolo di capo delegazione. In un messaggio pubblicato oggi sulla piattaforma X, il presidente del Parlamento ha lasciato intendere che, se da un lato “il nuovo scenario dello Stretto di Hormuz sta prendendo forma”, dall’altro la controparte americana deve fare i conti con il fatto che “noi non abbiamo ancora nemmeno iniziato” a spiegare le nostre ragioni. Un modo per rassicurare le fazioni più dure, forse, o per prendere le distanze da un eventuale insuccesso, visto che i negoziati procedono ormai solo “telefonicamente” data l’impossibilità di effettuare voli diretti per Islamabad (i collegamenti aerei di 18 ore sono stati sospesi).

Logistica bellica e aperture a singhiozzo

Sul terreno, Tehran ha ufficialmente smentito il coinvolgimento in un attacco contro una nave mercantile sudcoreana, episodio che settimane fa aveva rischiato di far precipitare nuovamente la situazione, preferendo concentrare le proprie energie sulla ricostruzione degli impianti strategici colpiti. È chiaro, quindi, che la strategia della Repubblica islamica si basi su un doppio binario: da un lato la ricostruzione delle infrastrutture petrolifere per tamponare l’emergenza interna, dall’altro la chiusura (di fatto) dello Stretto di Hormuz, mantenuto sotto pressione per opporsi alla presenza navale a stelle e strisce. In questo quadro, i diplomatici statunitensi seguitano a spingere per un segnale di apertura che, a oggi, tarda ad arrivare in maniera chiara; i rumors di stampa internazionale parlano di una risposta “imminente” da parte dell’Iran, ma la sostanza dei fatti suggerisce che, a fronte delle divisioni interne, qualsiasi passo in avanti rischia di essere vanificato dalle consuete complicazioni logistiche e dalle lotte di potere che caratterizzano la complessa governance iraniana.

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