Unipol, la lunga traversata di Cimbri da Bologna a Siena per far nascere la seconda banca italiana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Magari non sarà stata proprio come la sua recente traversata atlantica a bordo di un catamarano. In ogni caso, il viaggio che sta conducendo Carlo Cimbri da via Stalingrado a Bologna verso Rocca Salimbeni a Siena, dove ha sede Mps, si è rivelato più lungo e avventuroso di quanto lo stesso presidente di Unipol si aspettasse.

Già nel 2024 Cimbri aveva tentato il matrimonio tra la banca partecipata (Bper) e il Monte, salvo poi veder sfumare l’affare; oggi, invece, si trova al centro di una complessa operazione a tre che, seppur innescata dall’offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo, potrebbe consegnargli le chiavi del secondo polo bancario nazionale. Non è un passaggio di consegne, quello in corso, bensì una ripartizione chirurgica del bottino: a Carlo Messina vanno la sostanza e le sinergie industriali, a Cimbri va la rete fisica per completare il proprio domino assicurativo-bancario.

L’esercizio di equilibrismo tra opa e aumento di capitale

L’accordo, come spesso accade in queste fasi di risiko, è vincolato al buon esito dell’ops lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps, un’operazione che potrebbe concludersi già entro l’autunno. Solo a quel punto scatterà la seconda fase del piano, quella che vede Unipol impegnata a rilevare un pacchetto di 635 filiali dell’istituto senese per un corrispettivo massimo di 3,5 miliardi di euro.

Per far fronte a quest’impegno finanziario – non proprio una cifra irrisoria – la compagnia guidata da Cimbri ha già messo in preventivo un aumento di capitale da 2,5 miliardi, con diritto di opzione per gli attuali soci, mentre la restante parte sarà coperta con liquidità interna.

L’obiettivo dichiarato è quello di creare una nuova entità bancaria che, una volta fusa con Bper (dove Unipol è già azionista di riferimento con una partecipazione effettiva che sfiora il 30%), possa ambire al titolo di “seconda banca italiana” per impieghi e raccolta, scavalcan-do così altri colossi del credito cooperativo.

Le regole del gioco e la quota in Bper

Non si tratterebbe, però, di una classica acquisizione lineare. La struttura dell’affare è studiata per evitare lo scatto dell’opa, un meccanismo che in Italia fa spesso tremare i polsi dei presidenti. Cimbri, con la consueta schiettezza (quella che lui stesso ha definito “degli amori che non si improvvisano”), ha spiegato che Unipol non lancerà un’offerta pubblica d’acquisto su Bper perché l’operazione verrà realizzata tramite fusione.

In concreto, Unipol cederà il ramo d’azienda di Mps (quel pacchetto di 635 sportelli) a Bper, ricevendo in cambio un incremento della propria quota nella banca risultante dall’aggregazione. Gli analisti di Berenberg hanno calcolato che, grazie a questo scambio e al successivo esercizio di derivati già in pancia alla compagnia, la quota di Unipol potrebbe balzare ben oltre il 40%.

Un rafforzamento che consentirebbe al gruppo di via Stalingrado di indirizzare le strategie della banca senza doverne sostenere il controllo totalitario, mantenendo inalterati al contempo gli equilibri occupazionali e di governance promessi al mercato.

L’ombra di Mediobanca e il futuro delle partecipazioni

Mentre si delineano i nuovi assetti del credito, a Siena come a Milano restano da sciogliere i nodi legati alle partecipazioni azionarie, in particolare quella in Generali. Particolare non secondario è il destino della quota Mediobanca (e quindi della sua partecipazione nel Leone) attualmente in mano a Mps. Nel disegno di Intesa, questo pezzo prezioso non transiterà per le casse di Unipol, ma resterà all’interno del perimetro del gruppo guidato da Messina.

Cimbri, per fugare ogni dubbio sulle reali ambizioni del gruppo bolognese, ha voluto precisare che non vi saranno ripercussioni nei rapporti assicurativi con il Trieste: la spartizione di Mps non intacca la storica alleanza tra Unipol e Generali, né modifica gli equilibri nella vigilanza. Il presidente di Unipol, insomma, pare intenzionato a giocare la partita bancaria senza intaccare il core business assicurativo, utilizzando Bper come una sorta di “braccio armato” commerciale per piazzare i propri prodotti vita e danni, un modello già collaudato in passato.

Le voci dalla città del Palio

Mentre Carlo Cimbri e i vertici di Intesa Sanpaolo affinano i dettagli dell’operazione nelle sale riunioni di Milano, lo sguardo di chi osserva da Siena è carico di una cautela che rasenta il fatalismo. Il lungo risanamento, costato miliardi ai contribuenti, sembra oggi il preludio a una privatizzazione i cui reali beneficiari, come sottolineato dal movimento civico Siena Sostenibile, non sarebbero né i cittadini né i lavoratori dell’istituto, bensì la grande finanza internazionale.

I timori degli addetti ai lavori non riguardano solo la paventata scomparsa della dicitura “di Siena” dal nome della banca, un tema che per i senesi rappresenta una ferita identitaria profonda, ma anche le ripercussioni occupazionali. Le famose “sinergie” da 2,9 miliardi di euro sbandierate nei prospetti informativi, se da un lato fanno gola agli azionisti, dall’altro si traducono quasi inevitabilmente in sovrapposizioni di ruoli e possibili esuberi.

A nulla è valso, finora, l’allineamento politico tra l’amministrazione comunale e il governo nazionale, che non è riuscito a strappare impegni formali sulla continuità operativa della città nella futura governance.

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