India, un fondo da un miliardo per salvare i vettori dal caro carburante
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Redazione Economia
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Il governo indiano, nel tentativo di arginare una crisi che rischiava di paralizzare il traffico aereo nazionale e internazionale, ha varato un pacchetto di interventi straordinari. L'esecutivo di Nuova Delhi, come riportato dalle agenzie nella giornata di mercoledì, ha istituito un fondo di stabilizzazione dei prezzi del carburante per aerei (ATF) dal valore di circa un miliardo di dollari, pari a 100 miliardi di rupie.
Questa iniezione di liquidità, erogata sotto forma di anticipi senza interessi alle società statali di commercializzazione del petrolio, mira a tamponare l’impennata dei costi operativi che, altrimenti, si sarebbe riversata integralmente sulle tariffe pagate dai passeggeri.
La mossa, che rappresenta un intervento diretto e senza precedenti in un mercato solitamente lasciato alle dinamiche della domanda e dell’offerta, giunge in un momento di estrema tensione per le rotte commerciali globali.
La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta del conflitto in corso in Iran, ha infatti alterato in modo strutturale la catena di approvvigionamento dei prodotti raffinati. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che i dati ufficiali diffusi dal governo mostrano un aumento del costo del jet fuel di oltre il 130% in soli tre mesi: da 60,50 rupie (circa 0,63 dollari) a litro di marzo, si è passati a 142 rupie (1,49 dollari) a maggio.
Considerando che il carburante incide normalmente per quasi il 40% sui bilanci di una compagnia, e che in situazioni di estrema volatilità questa percentuale può schizzare fino al 60%, l’allarme lanciato dai vettori era più che giustificato.
Il nodo del jet fuel e le ricadute sull’Europa
Anche se il fondo indiano rappresenta una boccata d’ossigeno per i vettori locali – proteggendo, stando alle dichiarazioni del ministro del petrolio Hardeep Puri, circa 7,7 milioni di posti di lavoro legati all’ecosistema dell’aviazione – il quadro generale rimane drammatico per l’intero settore. A maggio 2026, l’indice medio globale del jet fuel monitorato da TransportIntelligence ha registrato un rincaro di 275,8 punti rispetto allo stesso periodo del 2025, una cifra che racconta meglio di ogni parola la portata dello shock.
In Europa, la situazione è stata definita "sotto controllo" dalle autorità comunitarie per quanto riguarda la semplice disponibilità fisica del prodotto – grazie a spedizioni alternative dagli Stati Uniti e dalla Nigeria – ma il costo rimane proibitivo.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia aveva previsto per l’inizio di giugno una crisi acuta di reperibilità, specialmente per il Vecchio Continente; se da un lato il crollo delle scorte non ha ancora causato la paralisi degli scali, dall’altro i prezzi hanno raggiunto livelli che stanno già ridisegnando le rotte. Le compagnie, come segnalato da fonti vicine al commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas, hanno iniziato a cancellare le tratte meno redditizie, quelle cioè dove il margine di guadagno viene letteralmente divorato dal peso specifico del carburante.
È un meccanismo spietato: per i viaggiatori, l’effetto potrebbe non essere immediato – grazie alle coperture assicurative sul carburante (hedging) stipulate mesi fa – ma quando questi contratti scadranno, il conto salato arriverà senza dubbio sui costi dei biglietti.
La crisi del cargo e l’effetto domino sulle tariffe
A risentire della pressione del Golfo non è soltanto il trasporto passeggeri, ma in maniera ancora più violenta quello delle merci. Il rapporto Air Freight Rate Tracker relativo al secondo trimestre del 2026 parla chiaro: ad aprile, i noli spot globali hanno subito un’impennata del 30% su base annua, toccando i livelli più alti dall’ottobre del 2022. L’analisi di TransportIntelligence attribuisce questa accelerazione non a una maggiore domanda di beni, ma a uno shock strutturale dell’offerta.
In pratica, con la chiusura dello spazio aereo del Golfo e la deviazione delle rotte, la capacità cargo internazionale misurata in tonnellate-chilometro disponibili si è contratta del 6,8% a marzo. Per le rotte in partenza da Dubai, l’effetto è stato devastante: le tariffe sono triplicate, raggiungendo i 5,44 dollari al chilogrammo, un prezzo che non trovava precedenti recenti su quel corridoio.
Le compagnie del Medio Oriente, come Emirates e Qatar Airways, hanno subito un crollo del 54,3% della domanda a marzo, e anche se a maggio si sono visti i primi timidi segnali di stabilizzazione, la strada per il recupero è ancora lunghissima. E tutto questo mentre il prezzo del Brent, rimasto incandescente, vola verso i 96 dollari al barile, mantenendo la pressione su ogni singolo aspetto della filiera logistica globale.




