Il caro carburante mette in crisi i cieli americani: analisti tagliano le stime sugli utili dei vettori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le turbolenze non sono solo quelle che si avvertono in cabina, ma anche quelle, ben più insidiose, che attraversano i bilanci delle compagnie aeree statunitensi. A oltre un mese dall’inizio del conflitto in Medio Oriente – una guerra che ha già riscritto le rotte del commercio globale e riacceso lo spettro dell’inflazione – gli analisti dei principali istituti di ricerca finanziaria hanno dovuto rivedere al ribasso, talvolta in maniera pesante, le previsioni sui risultati annuali dei vettori. La causa è chiara: l’impennata del prezzo del petrolio e le crescenti difficoltà di approvvigionamento del carburante per aerei, due variabili che nessun modello previsionale, per quanto sofisticato, aveva messo in conto con questa intensità.

Il nodo del jet fuel e la prudenza degli analisti

Il rincaro del carburante, conseguenza diretta della chiusura dello Stretto di Hormuz e dell’interruzione delle spedizioni globali di greggio, sta erodendo i margini di profitto delle compagnie. E non si tratta di un effetto trascurabile: il jet fuel rappresenta la seconda voce di costo dopo il personale. Gli analisti, che solitamente attendono i dati ufficiali delle trimestrali per muovere le proprie stime, questa volta hanno anticipato i tempi. Hanno riversato nei report le proiezioni più caute, e qualcuno ha già parlato di un «atterraggio brusco» per gli utili del secondo semestre. Ulteriori elementi di giudizio, è lecito aspettarselo, arriveranno proprio dalle prossime comunicazioni trimestrali delle aziende del settore.

La voce di IATA: «Non è una crisi di sopravvivenza, ma serviranno molti mesi»

A gettare acqua sul fuoco, ma senza nascondere la gravità della situazione, è stato Willie Walsh, direttore generale dell’IATA, l’associazione internazionale che riunisce il trasporto aereo mondiale. Secondo Walsh – che ha ricordato come dopo l’11 settembre 2001 la ripresa arrivò in quattro mesi, mentre dopo la crisi finanziaria del 2008 servì circa un anno – ci vorranno «molti, molti mesi» prima che il mercato del carburante torni a una parvenza di normalità. Nessuno, ha aggiunto, può prevedere con certezza la durata del conflitto, ma il settore non è a rischio di estinzione. Un messaggio rassicurante, ma che non cancella i problemi immediati.

Air New Zealand dà il segnale: meno voli, ma solo l’1% dei passeggeri coinvolto

Nel frattempo, le compagnie iniziano a muoversi sul piano operativo. Air New Zealand, per esempio, ha annunciato «alcune lievi modifiche agli orari dei voli» per i mesi di maggio e giugno 2026. La decisione, spiega una nota pubblicata sul sito ufficiale del vettore, è dovuta al «persistente impatto degli elevati costi del carburante per aerei». Gli accorpamenti interesseranno circa il 4% dei voli programmati, ma – e la precisazione è importante per misurare la portata del fenomeno – solo l’1% del totale dei passeggeri che viaggeranno in quel periodo. Una strategia, questa, che altri vettori potrebbero imitare: ridurre l’offerta dove è meno redditizia, concentrandosi sulle tratte a maggiore riempimento.

Voli più cari e scelte difficili per chi viaggia

Chi deve organizzare una vacanza o uno spostamento di lavoro si trova così a fare i conti con una realtà mutata. Le tariffe sono più elevate, il numero di voli disponibili si è ridotto e la convenienza di un viaggio non è più scontata come un tempo. Soprattutto, aleggia il rischio – non remoto – di una scarsità di carburante che potrebbe mettere in crisi anche le rotte più trafficate. La volatilità dei prezzi del petrolio, alimentata dalla guerra e aggravata dalla chiusura dello Stretto, ha reso ogni previsione azzardata. Le compagnie aeree, dal canto loro, stanno cercando di difendere i bilanci senza tagliare troppo i collegamenti. Ma il margine di manovra, in un’industria abituata a vivere sugli equilibri sottili tra costi e riempimento dei posti, è sempre più esiguo.

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