Guerra in Medio Oriente, il prezzo dei voli vola tra rotte chiuse e caro carburante

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra in Medio Oriente, con il suo esplodere improvviso lo scorso 28 febbraio a seguito degli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran, sta producendo una serie di conseguenze a cascata sull’economia globale, ma pochi settori ne stanno subendo lo choc con la violenza del trasporto aereo. Si tratta, per i vettori, di una voce di costo storicamente pesante: in condizioni di normalità, il carburante incide per una quota compresa tra il 25% e il 35% sui bilanci operativi. Nelle ultime settimane, con l’impennata dei prezzi energetici e la conseguente volatilità dei mercati, questa percentuale è letteralmente schizzata, arrivando in alcuni casi, specialmente per le compagnie low cost che non avevano effettuato coperture finanziarie adeguate, a rappresentare addirittura il 45-50% dei costi totali.

Rotte cancellate e il grande vuoto sulla mappa di Flightradar

A rendere la situazione esplosiva non è solo il costo della materia prima, ma la concreta impossibilità, per ragioni di sicurezza, di utilizzare i tradizionali corridoi aerei. Chiunque osservi la mappa di Flightradar24, il sito che monitora in tempo reale il traffico aereo mondiale, si trova davanti a un’immagine eloquente: ampie porzioni di cielo sopra Iran, Iraq, Siria e il Golfo Persico sono diventate zone off-limits, buchi neri che gli aerei, specialmente quelli diretti in Estremo Oriente o in Australia, sono costretti a circumnavigare. Le rotte si sono affollate a Nord, creando ingorghi nei cieli di Turchia, Caucaso e repubbliche dell’Asia centrale; altrove, gli hub di Dubai, Abu Dhabi e Doha, crocevia fondamentali del traffico internazionale, hanno visto le loro operazioni subire una brusca frenata, con cancellazioni di massa e voli dirottati, lasciando a terra centinaia di migliaia di passeggeri e costringendo colossi come Emirates, Qatar Airways ed Etihad a rivedere da zero i propri piani di volo.

Il rincaro del cargo e la nuova geografia dei cieli

Questa alterazione della geografia aerea ha un effetto immediato anche sul trasporto merci, spesso il termometro più sensibile delle tensioni globali. Secondo i dati elaborati da WorldAcd Market Data, che monitora settimanalmente oltre 500mila transazioni, le tariffe medie globali del cargo aereo hanno subito un'accelerazione notevole. Nella settimana compresa tra il 9 e il 15 marzo 2026, si è registrato un aumento del 10% rispetto alla settimana precedente, portando il costo medio a 2,67 dollari al chilo, un dato che include i vari supplementi e che segue un precedente rialzo dell’8%. L’allungamento delle distanze e il maggior tempo di volo necessario per evitare le zone di conflitto finiscono infatti per ridurre la capacità effettiva di carico disponibile, spingendo verso l’alto i prezzi in un mercato già di per sé volatile.

Walsh: “Aumento inevitabile” e la sfida dei margini

A fotografare la portata della crisi ci ha pensato Willie Walsh, direttore generale della Iata, l’associazione che riunisce oltre 360 compagnie aeree mondiali. Intervenuto a Parigi davanti all’Association des journalistes professionnels de l’aéronautique et de l’espace (AJPAE), Walsh è stato categorico: l’aumento delle tariffe per i passeggeri è un passaggio obbligato, vista la fiammata dei prezzi degli idrocarburi direttamente collegata al conflitto. Walsh ha ricordato come il settore avesse preventivato per quest’anno un costo del barile di cherosene intorno agli 88 dollari, una cifra su cui erano stati costruiti i budget operativi. Oggi, con il conflitto in corso, quel costo è più che raddoppiato, e l’amministratore delegato della Iata ha tracciato un parallelo con la crisi seguita agli attentati dell’11 settembre 2001, quando la domanda di voli transatlantici subì un crollo verticale. Le compagnie, che già operano con margini di profitto medi intorno al 4%, si trovano nell’impossibilità di assorbire un rincaro così violento senza trasferirlo sul prezzo finale dei biglietti.

Supplementi e nuove strategie per sopravvivere

Le conseguenze di questa tempesta perfetta sono già visibili nelle politiche commerciali dei vettori. Non si tratta più solo di qualche aggiustamento sporadico: molte compagnie, a partire da quelle che non si erano coperte con operazioni di hedging (come Scandinavian Airlines), hanno introdotto supplementi carburante che in alcuni casi, come per Cathay Pacific, hanno letteralmente raddoppiato il loro valore. Air France-Klm ha applicato un rincaro di 50 euro sui voli a lungo raggio in classe Economy, mentre colossi asiatici come Air India e Hong Kong Airlines hanno ricalibrato le loro tariffe con aumenti che variano a seconda della destinazione, arrivando fino a 50 dollari in più per i collegamenti intercontinentali. Per far fronte a questa pressione, alcuni operatori hanno iniziato a tagliare i voli meno remunerativi: Air New Zealand, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di circa 1.100 voli fino a maggio, una decisione che impatta 44 mila passeggeri ma che appare necessaria per contenere l’esposizione al caro-carburante.

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