Robert Redford, un patrimonio da 200 milioni e un'eredità artistica che sopravvive nell'utopia di Sundance
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La scomparsa di Robert Redford, avvenuta lo scorso 16 settembre nel suo ranch dello Utah, ha naturalmente riaperto il capitolo relativo alla sua considerevole eredità, stimata in circa duecento milioni di dollari. Un patrimonio, questo, che include – oltre alle proprietà immobiliari, tra cui spicca il celebre rifugio di Sundance – anche i consistenti proventi derivanti dai suoi film di maggior successo, come "Tutti gli uomini del presidente" e "La stangata". La sua fortuna sarà divisa tra la moglie Sibylle Szaggars, che gli è stata accanto fino all’ultimo, i due figli e i sette nipoti.
Tuttavia, il vero lascito dell’artista, ciò che continuerà a parlarci di lui ben oltre il valore economico, risiede in quella integrità artistica e in quella visione responsabile del cinema che lo spinsero a fondare, ormai nel lontano 1981, il Sundance Institute. L’organizzazione no-profit, divenuta nel tempo la fucina più importante a livello globale per il cinema indipendente, rappresenta il suo testamento spirituale e il luogo dove la sua utopia continua a vivere e a germogliare.
La sua filmografia, del resto, ha plasmato l’immaginario collettivo su temi cruciali, dall’amore alla libertà. Pochi film, ad esempio, hanno segnando una generazione come "Come eravamo", il romance del 1973 diretto da Sydney Pollack, in cui l’alchimia con una strepitosa Barbra Streisand diede vita a una storia indimenticabile. Quel medesimo magnetismo, seppur in toni diversi, si ripropose con Jane Fonda, con la quale girò quattro pellicole e la quale ammise, non senza una punta di ironia, di essere stata "innamorata di lui" nonostante il suo carattere tutt’altro che facile.




