Dalla panda al carro armato: la riconversione industriale tra auto e difesa
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Redazione Economia
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La storia, si sa, ha un modo di ripetersi, soprattutto quando si parla di riconversione industriale dettata da necessità belliche. Un esempio che torna alla mente è quello delle fabbriche automobilistiche italiane, oggi in profonda crisi, che potrebbero trovare una via d’uscita nel cosiddetto “dual use”, ovvero l’adattamento dell’industria civile a scopi militari. Un parallelismo che già abbiamo visto all’opera durante la pandemia, quando imprese di vari settori si sono riconvertite per produrre dispositivi medici.
A Melfi, dove l’indotto di Stellantis rappresenta un pilastro economico, i sindacati stanno spingendo per l’internalizzazione di 56 dipendenti della FdM, azienda di logistica da mesi in cassa integrazione. Pasquale Capocasale, segretario generale della Fismic lucana, ha definito “importante ma non definitivo” l’ultimo incontro con le parti in causa, sottolineando che nei prossimi giorni si attende una determinazione dell’Ispettorato del lavoro. “Siamo fiduciosi”, ha aggiunto, “che le soluzioni possano andare nella direzione da noi auspicata”.
Intanto, il governo italiano sembra voler giocare un ruolo chiave nella transizione ecologica, con il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha annunciato un piano per collegare il settore automotive a quello della difesa. Una mossa che, secondo l’esecutivo, potrebbe rappresentare un’opportunità di crescita in un momento in cui la crisi dell’auto è aggravata dalla transizione all’elettrico e dal progressivo disimpegno di Stellantis.
Urso, nato e cresciuto a Lucca e laureato in Giurisprudenza a Pisa, ha più volte ribadito l’importanza di un’Italia capace di trainare l’Europa nella transizione green. La sua “ricetta” prevede non solo il sostegno alle imprese, ma anche la tutela dei lavoratori, in un contesto in cui le fabbriche potrebbero essere riconvertite per produrre mezzi militari.
La discussione sul riarmo, sempre più pressante a livello internazionale, sembra dunque aprire nuove prospettive per un’industria automobilistica in cerca di una seconda vita. Resta da vedere come si evolverà il dialogo tra governo, sindacati e aziende, in un quadro che richiede soluzioni rapide ma ponderate.




