Dior sfila tra le star di Hollywood. Il sogno del cinema secondo Anderson
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Esattamente un anno fa, quando Jonathan Anderson aveva appena messo piede nell’universo di Dior in veste di direttore creativo, forse neanche lui poteva immaginare il ritmo serrato che lo avrebbe atteso. «A me ne sembrano passati venti», ha scherzato mercoledì scorso, a poche ore dalla presentazione della sua prima collezione cruise per la maison alle nuove David Geffen Galleries del Lacma, il museo d’arte di Los Angeles. In quei dodici mesi – un lasso di tempo che per molti sarebbe bastato a esaurire ogni entusiasmo – si sono succedute due sfilate uomo, due prêt-à-porter donna, una haute couture, una pre-fall e svariati progetti collaterali. Anderson, dal canto suo, non sembra affatto affaticato: «Festeggio il mio primo anno da Dior – ha detto –. Ho imparato a essere paziente per costruire il prossimo decennio». Un’affermazione che rivela, più di ogni altra, la sua strategia: niente scatti immediati, ma una tessitura lenta e consapevole del proprio lavoro.
L’ispirazione hollywoodiana e il benzinaio che ha segnato la collezione
Il punto di partenza di questa sfilata Cruise 2027, a sentire lo stesso Anderson, è tutt’altro che convenzionale. Lui ha iniziato sfogliando una biografia, quella di Scotty Bowers, un benzinaio di Hollywood – ve lo immaginate? – che, stando al racconto, aveva dormito con mezza Los Angeles, uomini e donne compresi. Da lì, da quella miscela esplosiva di trasgressione e glamour popolare, il designer ha tratto la chiave per ricreare con le proprie mani il trucco dell’intera sfilata. Una scelta coraggiosa, se si considera che il marchio Dior ha sempre oscillato tra l’alta sartoria parigina e il richiamo patinato delle celebrità. Anderson, invece, mescola vecchia e nuova Hollywood, richiama gli archivi degli anni Cinquanta – gli anni d’oro del cinema americano – ma li rilegge con un’ottica contemporanea, dove la pazienza diventa uno strumento progettuale, non una semplice virtù.
Il make-up, il Lacma e il fumo leggero da set cinematografico
A impreziosire l’operazione ci ha pensato anche Peter Philips, direttore creativo dell’immagine e del make-up per Dior. Philips ha risposto alla collezione – fatta di tessuti storici, volumi studiati e un’eleganza che sa di bianco e nero – con un trucco naturale, appena accennato, ma evidenziato da tocchi di luminosità che ricordano i riflettori di un set. Del resto, Los Angeles non è solo la città degli angeli, ma anche il tempio del grande schermo. E non poteva essere altrimenti: la prima collezione cruise progettata da Anderson per la maison è andata in scena proprio al County Museum of Art (Lacma), avvolta da un fumo leggero, estetico, da vera e propria scenografia. Un modo, questo, per celebrare il cinema nella sua interezza – senza dimenticare la presenza, in prima fila, di molte star e figure di spicco, incluso il patron di Lvmh Bernard Arnault.
Un anno di prove e il decennio da costruire senza fretta
Chi osserva da fuori potrebbe pensare a un’esibizione di potere, a una passerella di lusso gridato. Anderson, invece, parla di apprendistato, di pazienza, di «ricreare con le proprie mani» il senso di un trucco. In fondo, in questi dodici mesi non ha fatto solo sfilate: ha anche esplorato nuove sinergie con l’industria cinematografica, ha ridefinito pezzi del modello di business di Dior, ha stretto partnership artistiche. Ma senza mai cedere alla tentazione di bruciare le tappe. Perché, se il sogno del cinema è fatto di luci abbaglianti e storie brevi, quello di Anderson per Dior assomiglia piuttosto a un lungometraggio: si gira a lungo, si monta con cura, e solo alla fine si vede il risultato. Nel frattempo, a Los Angeles, tra una star e l’altra, il Lacma continua a fare da sfondo a un’idea di moda che non chiede di essere capita subito. Preferisce farsi guardare, di sbieco, come si fa con un vecchio film in bianco e nero.




