Fano, il mistero dell’eremo profanato si chiude con un cadavere nel pozzo: è l’ucraino che vedeva i morti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il racconto di quei giorni, fatto di sangue versato e di reliquie sparse sul pavimento della chiesa, aveva già gettato un’ombra inquietante sull’eremo di Monte Giove, quel luogo di raccolta e preghiera che domina Fano dall’alto delle sue colline. Ma la scoperta avvenuta nella tarda mattinata di ieri ha trasformato quell’ombra in qualcosa di molto più concreto e definitivo: i vigili del fuoco, calatisi con estrema cautela in un pozzo profondo una trentina di metri e situato in un boschetto poco distante dal monastero, hanno recuperato il Corpo senza vita di un uomo. Si tratta di Vasyl Khomiak, trentaquattrenne di origini ucraine, residente a Pesaro con la madre e da tempo in cura presso il Centro di salute mentale per gravi disturbi psichiatrici, come confermato dalla stessa donna nel momento in cui, mercoledì sera, ne aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri.

L’ospite non voluto e il suo tragico epilogo nel silenzio del monastero

Una visita, la sua, che risaliva a venerdì scorso quando, presentandosi alla porta dell’eremo, aveva chiesto ospitalità ai monaci camaldolesi con parole che già lasciavano presagire un profondo disagio interiore: diceva di vedere cadaveri intorno a sé, di cercare un po’ di pace, uno scampolo di serenità lontano da quelle visioni. I religiosi, però, di fronte a quell’atteggiamento allucinato e alla richiesta così insolita, avevano preferito non accoglierlo. Un rifiuto che, forse, non aveva placato la sua determinazione a rimanere in quel luogo. Il giorno successivo, infatti, sabato, la chiesa era stata trovata devastata: l’altare maggiore profanato, la grata sotto la mensa rimossa con forza, il pesante sarcofago di marmo che custodiva le reliquie di San Valerio scardinato e le stesse ossa del santo – protette per secoli da un’urna di legno – gettate senza alcun rispetto sul pavimento. Accanto a quello scempio, gli investigatori avevano rinvenuto uno zaino abbandonato in fretta, contenente effetti personali, un’icona ortodossa e un messale scritto in cirillico, elementi che già allora avevano fatto pensare a una matrice ucraina, oltre a una quantità considerevole di sangue umano sparso in chiesa, la cui provenienza era allora un mistero.

Il giallo del sangue in chiesa e le ipotesi degli investigatori sull’ultimo gesto

L’ipotesi più accreditata, al momento, è che Khomiak sia precipitato accidentalmente, magari nel buio o in preda alle sue stesse allucinazioni, oppure che si sia gettato volontariamente, spinto da quelle stesse visioni di morte che lo tormentavano. Resta però da sciogliere il nodo cruciale di quella macabra scenografia allestita dentro la chiesa: quel sangue umano, sparso in grande quantità vicino all’ingresso e a una ventina di metri dall’altare profanato, a chi apparteneva? L’esame del Dna, che sarà disposto a breve dal pm Carlo Alberto Lafiandra insieme all’autopsia, potrebbe confermare se si tratti del sangue dello stesso ucraino, il quale, nel corso del raid vandalico, potrebbe essersi ferito in modo accidentale o forse anche volontario, tagliandosi un’arteria e perdendo poi molto sangue prima di uscire, tamponarsi alla meglio la ferita e infine dirigersi verso quel pozzo, dove il suo è rimasto nascosto per cinque giorni. La procura, in ogni caso, sembra al momento orientata a escludere scenari più complessi che coinvolgano terze persone o che rimandino a macabri rituali, concentrando l’attenzione sulla fragilità di un uomo che, cercando riparo in un luogo sacro, vi ha trovato invece la morte.

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