La pista familiare per l’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel giallo tossico che ha sconvolto Pietracatella, un piccolo centro in provincia di Campobasso, gli inquirenti hanno smontato pezzo dopo pezzo il silenzio che avvolgeva la morte di Antonella Di Ielsi, cinquant’anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita. Le due donne, scomparendo a fine dicembre dopo aver ingerito ricina – un veleno potentissimo che si estrae artigianalmente dai semi del ricino – hanno lasciato dietro di sé una scia di interrogativi cui la Squadra Mobile di Campobasso, sotto il coordinamento della Procura di Larino, sta provando a dare una risposta concreta. E quella risposta, stando a quanto filtra dagli atti e dai cento verbali già acquisiti, si sta concentrando su un perimetro angusto: il nucleo familiare.

Un movente cercato tra chat, dispositivi e testimonianze

Gli investigatori, lavorando su un imponente mole di dati digitali – chat sequestrate, dispositivi elettronici analizzati e tabulati incrociati – hanno progressivamente circoscritto l’area dei sospetti. Non si tratterebbe, a quanto pare, di un gesto estraneo né di un avvelenamento casuale. L’ipotesi che prende, avvalorata da oltre cento audizioni, parla di un dissidio interno alla cerchia familiare; una possibile lite, un attrito mai sopito, una tensione che qualcuno avrebbe deciso di portare alle estreme conseguenze, fabbricando la tossina in casa. La ricina, va ricordato, non si trova in commercio: va estratta con un procedimento complesso e pericoloso, il che suggerisce premeditazione e una certa dimestichezza tecnica da parte di chi l’ha preparata e poi introdotta nei pasti consumati da madre e figlia.

Il nodo delle convocazioni e il ruolo della cugina

Tra i nomi che tornano con insistenza negli atti – senza che alcuna accusa formale sia stata ancora pronunciata – spicca quello di una cugina, nuovamente convocata in questura. Le sue audizioni, riportate da fonti vicine all’inchiesta, si inseriscono in un puzzle composto da incongruenze nei racconti e da piccole discrepanze che gli inquirenti stanno verificando con metodicale lentezza. Non si tratta, va detto, dell’unica pista rimasta aperta: gli investigatori non hanno ancora blindato alcuna certezza e continuano a setacciare il cono d’ombra allargato a conoscenti e parenti. Eppure, la direzione verso cui punta la lente d’ingrandimento è ormai chiara: le dinamiche interne alla famiglia Di Ielsi-Di Vita rappresentano il terreno più fertile per spiegare l’inspiegabile.

La svolta investigativa tra silenzi e indizi materiali

Ciò che ha fatto scattare l’accelerazione nelle ultime settimane – come si legge nelle ricostruzioni dell’agenzia LaPresse e del quotidiano La Repubblica – è stato l’incrocio tra alcuni indizi materiali (la presenza della ricina nei pasti, l’assenza di effrazione o segni di intrusione nell’abitazione) e una serie di testimonianze che hanno iniziato a delineare un quadro di conflittualità silenziosa. Gli inquirenti, in altre parole, hanno prima raccolto frammenti di rancore, poi li hanno messi in fila accanto ai dati estratti dai telefonini e, infine, hanno ottenuto un profilo del possibile movente che non contempla estranei. Resta ora il passo più difficile: trovare una prova che dia un volto al carnefice – o ai carnefici – idonea a reggere un’aula di tribunale. Le indagini proseguono senza sosta, mentre la piccola comunità di Pietracatella (termine qui usato solo come riferimento geografico) osserva e trattiene il fiato.

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