Il Corriere della Sera spegne centocinquantacinque candeline alla Scala con Mattarella e le più alte cariche dello Stato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Fare il proprio ingresso al Teatro alla Scala di Milano, per la prima volta in un secolo e mezzo di storia, non per raccontare una Prima come sarebbe naturale, ma per esserne i protagonisti assoluti: è questa la cifra, volutamente simbolica e al contempo concreta, con cui il Corriere della Sera ha scelto di celebrare i suoi primi centocinquant’anni. Una ricorrenza, quella del quotidiano fondato da Eugenio Torelli Viollier quella sera del 5 marzo 1876 in Galleria, che ha assunto i contorni di un vero e proprio rito civile nel cuore di Milano, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, entrando nel teatro, ha idealmente suggellato il legame profondo che intercorre tra una testata giornalistica e le istituzioni che essa è chiamata quotidianamente a raccontare. L’atmosfera, densa e partecipe, è stata paragonata dal sovrintendente Fortunato Ortombina a quella di un altro 7 dicembre, a testimonianza di come l’evento abbia saputo catalizzare l’attenzione non solo del mondo dell’editoria ma dell’intera città, richiamando in platea, oltre al Capo dello Stato, i presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, senatori a vita del calibro di Liliana Segre e Mario Monti, e un’ampia rappresentanza della politica, da Elly Schlein a Maurizio Landini.

Un’orchestra per raccontare la complessità di una redazione

La mattinata di venerdì, diretta sul sito del giornale e aperta al pubblico degli abbonati, ha visto l’Orchestra del Teatro alla Scala, guidata con maestria dal maestro Alexander Soddy, intrecciare le note solenni del Crepuscolo degli dei di Wagner con la struggente melodia della Norma di Bellini, quasi a voler rappresentare, attraverso il dialogo tra gli archi e i fiati, la complessità e la coralità del lavoro redazionale. Se il primo violino, come il direttore, dà l’attacco, è solo grazie all’abilità silenziosa e preziosa di ciascun professore d’orchestra, così come di ogni caporedattore, grafico o correttore di bozze, che la sinfonia, o il giornale, riesce a prendere forma e a raggiungere il suo pubblico con quella chiarezza di intenti che il fondatore Torelli Viollier, garibaldino prima che editore, aveva ben chiaro fin dal principio, auspicando si parlasse chiaro ai lettori. A dare e voce a questo ideale, sul palco sono salite le attrici Cristiana Capotondi e Serena Rossi, le quali, attraverso le loro letture, hanno saputo restituire intensità alle parole di alcune delle firme più prestigiose che hanno attraversato la storia del giornale, da Pier Paolo Pasolini a Eugenio Montale, da Oriana Fallaci a Tiziano Terzani, fino ai cronisti vittime della violenza come Walter Tobagi e Maria Grazia Cutuli, la cui memoria è stata salutata da un applauso lungo e sentito della platea.

Dal passato Albertini alla sfida digitale: le voci di Cairo e Fontana

Il discorso del direttore Luciano Fontana si è mosso sul filo della continuità, ricordando come l’insegnamento di Luigi Albertini, che nel 1925 preferì lasciare la direzione piuttosto che piegarsi alle imposizioni del fascismo, rappresenti ancora oggi un monito a non rinunciare mai agli ideali di libertà e indipendenza. Un patrimonio, questo, fatto di credibilità e rigore, che l’attuale editore Urbano Cairo, intervenuto a sua volta, ha definito come la leva decisiva per affrontare le sfide del futuro, in un’epoca di trasformazioni profonde segnate dalla rivoluzione digitale e dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Cairo, ricordando l’emozione di dieci anni fa quando varcò per la prima volta la soglia di quella che definiva un’azienda-sogno fin dall’infanzia, ha ribadito l’impegno a preservare il ruolo pubblico del giornale, rinnovandolo senza mai tradirne la storia e la funzione di pilastro democratico, un concetto, quest’ultimo, che lo stesso Presidente Mattarella aveva scolpito con parole nette poche settimane prima, in visita alla redazione de La Stampa dopo un vile assalto, definendo i giornali fondamentali per la tenuta del dibattito pubblico in un’era di fake news.

Oltre settantacinquecentomila abbonati e un filo invisibile con i lettori

A impreziosire la cerimonia, anche la testimonianza di Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Corriere della Sera e per due volte direttore, il quale ha evocato quel «filo invisibile» che lega indissolubilmente la testata ai suoi lettori, un legame che non compare in nessun bilancio ma che ha salvato il giornale nei momenti più bui della sua storia, rendendolo più forte di qualsiasi regime o proprietà. Un legame testimoniato dal numero, straordinario per l’editoria italiana, di oltre 750 mila abbonati digitali, una comunità di lettrici e lettori a cui l’intero anno di celebrazioni è idealmente dedicato. Tra questi, è stato ricordato l’esempio di Carlo Radollovich, ottantasettenne che dal 1971 invia puntualmente le sue lettere al direttore, a dimostrazione di come l’affetto per il giornale possa attraversare le generazioni e mantenersi intatto nel tempo. E mentre le note dell’orchestra scaligera si spegnevano, lasciando spazio alle voci e agli applausi, veniva quasi naturale pensare a quanto fosse distante, eppure così vicina, quella prima edizione venduta in Galleria centocinquant’anni fa: un passato che, citando le parole di Luigi Albertini nel suo doloroso commiato, non è una zavorra, ma una leva decisiva per continuare a essere, come ha ricordato il sindaco Beppe Sala, «il giornale di Milano».

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