Il Corriere della Sera spegne centocinquant’ candeline, la politica e la cultura riunite alla Scala per festeggiare il giornale
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Redazione Interno
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C’era una volta, e c’è ancora, un’idea di giornalismo che nasceva tra i tavoli di un caffè, nella Milano che si affacciava sulla Galleria Vittorio Emanuele, e che oggi, centocinquant’anni esatti dopo quel 5 marzo 1876 – quando il fondatore, Eugenio Torelli Viollier, lanciò il primo numero con un editoriale che prometteva chiarezza – si ritrova a fare i conti con la complessità del presente. Il Corriere della Sera, quello che il direttore Luciano Fontana ha voluto definire, con una formula che cerca di sintetizzare un’identità plurale, una «casa di tutti», ha celebrato il suo compleanno nel luogo che forse più di ogni altro incarna lo spirito civile e artistico del capoluogo lombardo, il Teatro alla Scala. Una scelta non casuale, quella della matinée in un pomeriggio che sapeva di storia, perché il palco del Piermarini ha visto salire, oltre all’orchestra diretta dal maestro Alexander Soddy – la cui bacchetta ha spaziato dalle solenni note di Wagner fino al belcanto della «Norma» di Bellini –, anche le voci recitanti di Cristiana Capotondi e Serena Rossi, chiamate a dare Corpo e anima agli articoli che hanno segnato la vita del quotidiano e del paese.
L’evento, che portava il Titolo «La libertà delle idee», è stato un crocevia di presenze istituzionali che hanno voluto rendere omaggio non tanto a un prodotto editoriale, quanto a un pezzo di storia nazionale. Sulle poltrone di velluto rosso, accanto all’editore Urbano Cairo, che non ha mancato di lanciare uno sguardo al futuro sottolineando come la prossima frontiera, quella dell’intelligenza artificiale, rappresenti una sfida epocale per l’informazione, hanno preso posto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e con lui i vertici delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. C’erano, tra gli altri, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il senatore a vita Mario Monti e Liliana Segre, la cui memoria storica si intreccia inestricabilmente con le pagine del Novecento che il giornale ha contribuito a scrivere; e poi sindacalisti come Maurizio Landini, e ancora esponenti del mondo imprenditoriale e della cultura, tutti lì a testimoniare, con la loro presenza, quel ruolo di servizio pubblico che un quotidiano, volente o nolente, si trova a ricoprire.
La celebrazione, però, non poteva e non voleva essere un semplice sguardo allo specchio retrovisore. Lo stesso Cairo, nel suo intervento, ha ricordato come il suo impegno, da quando dieci anni fa ha varcato per la prima volta la soglia di corso Susa, sia sempre stato quello di garantire al Corriere la capacità di rinnovarsi, di aggrapparsi alla sua storia senza farsene schiacciare, in un’epoca in cui la tecnologia cambia le regole della comunicazione a una velocità prima impensabile. E il riferimento all’intelligenza artificiale, in questo senso, non è stato un mero esercizio di stile, ma la presa d’atto che la sfida per mantenere quella autorevolezza conquistata sul campo, parola dopo parola, inchiesta dopo inchiesta, si giocherà sempre più sulla capacità di distinguere il flusso caotico delle notizie dalla verifica dei fatti, il rumore di fondo dalla voce autentica del giornalismo. Un concetto, quest’ultimo, che riecheggiava le parole pronunciate dal Capo dello Stato poche settimane fa, quando, visitando la redazione de La Stampa dopo un vile attacco, aveva definito i giornali come pilastri irrinunciabili della democrazia, specialmente in un’era segnata dall’incertezza e dalla proliferazione di fake news




