Il Bodo/Glimt si ferma a Lisbona, e il pensiero corre subito all'Inter

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il verdetto degli ottavi di Champions League, con la clamorosa rimonta dello Sporting Lisbona ai danni del Bodo/Glimt, ha riaperto ferite e interrogativi che in Italia, e soprattutto a Milano, sembravano ormai sopiti. La squadra norvegese, rivelazione strepitosa di questa edizione del torneo, ha salutato il sogno europeo in modo rocambolesco: dopo aver vinto 3-0 tra le mura amiche dell'Aspmyra Stadion, si è fatta travolgere 5-0 al José Alvalade, crollando nei tempi supplementari. Una debacle, quella dei biancoverdi, che ha immediatamente riportato alla memoria l'eliminazione subita poche settimane fa dall'Inter, proprio per mano di questa stessa squadra, sollevando un inevitabile e amaro paragone.

Il percorso del Bodo/Glimt era stato a dir poco favoloso: dopo aver superato la fase campionato con vittorie pesantissime contro avversari del calibro di Manchester City e Atletico Madrid, aveva eliminato i nerazzurri con un netto 5-2 complessivo tra andata e ritorno. Una squadra, quella norvegese, costruita con un monte ingaggi irrisorio, capace di mettere in crisi le certezze del calcio italiano. Ecco perché l'impresa dello Sporting, che ha ribaltato tutto con un perentorio 5-0 grazie alle reti di Gonçalo Inácio, Pedro Gonçalves e Luis Suárez nei regolamentari, e di Maximiliano Araújo e Rafael Nel nei supplementari, ha riacceso i riflettori su quella doppia sfida. Il direttore Michele Criscitiello, non nuovo a pungoli nei confronti del club di viale della Liberazione, ha colto la palla al balzo: l'Inter, a San Siro, non era riuscita nell'impresa che i portoghesi hanno compiuto con personalità e cinismo.

L’impresa di Rui Borges e quella lezione mai imparata

Il merito di questa storica qualificazione, che ha proiettato lo Sporting tra le prime otto d'Europa, va ascritto al tecnico Rui Borges, una figura che sa tanto di racconto di formazione. Soprannominato ai tempi “piccolo Figo” più per il ruolo che per l'effettivo talento, Borges ha chiuso la carriera da calciatore in quarta divisione, prima di intraprendere la strada della panchina quasi per scommessa. La sua creatività e il suo "cervello da regista", come lo descrivevano, li ha trasformati in idee vincenti: la sua squadra ha disputato una partita perfetta, dominando dal primo all'ultimo minuto e concedendo il bis di ciò che all'andata aveva subito. Un allenatore umile ma dalla mente brillante, che ha saputo leggere le debolezze di un avversario apparso irriconoscibile rispetto agli standard mostrati nei turni precedenti.

E così il parallelo con l'Inter, affidata nelle scorse settimane a Cristian Chivu dopo l'avvicendamento in panchina, è diventato impietoso. "In una sera di dominio totale, la squadra di Rui Borges ha fatto negli ottavi quello che l'Inter avrebbe dovuto quantomeno tentare nel ritorno dei play-off", ha sottolineato La Repubblica. I nerazzurri, forti del blasone e di una rosa tecnicamente superiore, non sono riusciti a raddrizzare il 3-1 subito in Norvegia, limitandosi a un 2-1 interno che ha sancito l'eliminazione. Un'occasione sprecata, rimasta lì, a ricordare che nel calcio non contano solo i nomi ma la capacità di interpretare le partite che contano, quelle in cui tutto può succedere.

La debacle norvegese e i fantasmi nerazzurri

A Lisbona, il Bodo/Glimt ha smarrito tutta la sua brillantezza. Dopo aver incantato l'Europa con il suo calcio frizzante e concreto, la squadra di Kjetil Knutsen è sembrata un lontano parente di quella che aveva surclassato l'Inter e tenuto testa ai top club. Forse il logorio di una stagione tiratissima, giocata su campi ghiacciati e poi in quelli roventi d'Europa, ha avuto il sopravvento. Fatto sta che la loro favola si è interrotta nel modo più amaro, subendo cinque reti e uscendo tra gli applausi del pubblico portoghese ma anche con la consapevolezza di aver gettato alle ortiche un vantaggio ritenuto pesantissimo.

Questo finale, per quanto doloroso per i norvegesi, ha un retrogusto ancora più amaro per l'Inter. Perché se il Bodo/Glimt era battibile, e lo Sporting lo ha dimostrato con una rimonta storica, allora l'eliminazione dei nerazzurri assume i contorni di un'occasione perduta in modo ancor più netto. La squadra norvegese non era un invincibile mostro sacro, ma una compagine che, messa sotto pressione e costretta a subire, poteva andare in crisi. L'Inter, invece, non è mai riuscita a imporre il proprio gioco con la necessaria ferocia, lasciando sul campo un passaggio del turno che, con il senno di poi, appariva tutt'altro che proibitivo. I fantasmi di San Siro, quella sera di febbraio, si ripresentano ora più nitidi che mai.

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