Conti correnti nel mirino del Fisco, la raffica di pignoramenti e i nodi della riscossione coattiva
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Redazione Economia
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Una cartella esattoriale dimenticata in un cassetto, una rateizzazione andata in fumo per un bonifico saltato o un vecchio debito fiscale – magari ritenuto prescritto o ormai inesigibile – può oggi trasformarsi in un risveglio amaro: quello che arriva quando il bancomat viene rifiutato o l’home banking restituisce un saldo inspiegabilmente “congelato”.
L’Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER) ha infatti messo a segno un’accelerazione decisa nelle procedure di recupero crediti, avvalendosi di una mole crescente di dati digitali e dell’accesso sempre più rapido alle informazioni bancarie dei contribuenti.
La conseguenza più temuta di questa offensiva, che si inserisce a pieno titolo nel piano operativo 2026 dell’ente, è il pignoramento diretto del conto corrente, una misura che, come stanno scoprendo in queste settimane migliaia di cittadini (soprattutto nel Lazio, in Lombardia e in Campania), può paralizzare l’operatività quotidiana di un professionista, bloccare i pagamenti ai fornitori di una piccola impresa o azzerare la liquidità necessaria per le spese familiari.
La procedura dei 60 giorni e lo “spatium deliberandi” che diventa trappola
Il meccanismo innescato dall’agente della riscossione si basa sull’articolo 72-bis del D.P.R. 602/1973, uno strumento che bypassa i tempi (spesso lunghissimi) della giustizia ordinaria. Una volta notificato l’atto di pignoramento presso terzi alla banca, quest’ultima riceve l’ordine di vincolare immediatamente le somme depositate – o che dovessero affluire nel frattempo – fino a concorrenza del debito.
La norma concede all’istituto di credito 60 giorni per versare quanto trattenuto all’ente creditore, ma è proprio la natura di questo lasso temporale a generare le maggiori difficoltà per il contribuente. La Cassazione, con un orientamento ormai consolidato, ha infatti chiarito che i sessanta giorni non rappresentano una semplice dilazione di pagamento: si tratta di un vero e proprio “periodo di cattura” durante il quale la banca è obbligata a custodire e consegnare al Fisco ogni singolo euro che venga accreditato sul conto, siano essi stipendi, pensioni o incassi professionali.
In pratica, una volta scattato il blocco, ogni nuova entrata alimenta automaticamente il vincolo, rendendo vano qualsiasi tentativo di aggirare la procedura.
Più poteri all’Agente: la svolta delle fatture elettroniche
A rendere ancora più fitto questo giro di vite non è solo la quantità di atti (si parla di un obiettivo di 120 mila pignoramenti per l’anno in corso), ma la qualità delle informazioni a disposizione dell’amministrazione. A partire dal 22 maggio 2026, con il provvedimento n. 153611/2026, l’Agenzia delle Entrate ha dato attuazione a quanto previsto dalla legge di Bilancio 2026, ampliando sensibilmente il patrimonio informativo condiviso con l’Agente della Riscossione.
Non si tratta solo di conoscere l’esistenza del conto corrente del debitore, come avveniva in passato. Oggi l’ente può accedere a dati aggregati relativi alle fatture elettroniche emesse dal contribuente moroso nei sei mesi precedenti, inclusa la somma dei corrispettivi e il numero di documenti fiscali scambiati con uno stesso cliente o fornitore.
Questo permette all’AdER di individuare con precisione chirurgica i “terzi pignorabili” – cioè quei clienti o committenti che vantano ancora un debito commerciale nei confronti del contribuente – e di colpire direttamente quei flussi di cassa, spesso ingenti, che altrimenti sarebbero rimasti invisibili al fisco.
Come sbloccare le somme e bloccare l’esecuzione
Sebbene la procedura appaia come un binario morto per chi ha il conto bloccato, l’ordinamento offre ancora margini di manovra, a patto di agire con estrema tempestività. La prima – e più ovvia – via d’uscita è il pagamento integrale del debito entro i fatidici sessanta giorni, soluzione che interrompe immediatamente l’esecuzione e restituisce piena disponibilità delle somme eccedenti. Tuttavia, per la maggior parte dei debitori, questa strada risulta impraticabile: è qui che entra in gioco la richiesta di rateizzazione.
Contrariamente a quanto si possa pensare, presentare domanda di dilazione (ordinaria o straordinaria) può “gelare” la procedura esecutiva, impedendo all’agente della riscossione di procedere con ulteriori azioni e obbligando la banca a sospendere il vincolo sui fondi. Il punto cruciale è che la semplice domanda, da sola, non cancella un pignoramento già in corso; per ottenere lo sblocco effettivo è necessario che la prima rata del piano venga accettata e – particolare decisivo – pagata.
Solo il perfezionamento dell’accordo, con la corresponsione della prima tranche, rende effettiva la sospensione delle procedure esecutive, restituendo fiato alla liquidità del contribuente.




