Coni, Buonfiglio chiude a un commissariamento Figc: “Non ci sono i presupposti”
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Redazione Sport
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L’udienza alle Sezioni Unite del Collegio di Garanzia, quella che doveva fare chiarezza sull’inibizione del presidente dell’AIA Antonio Zappi, si è trasformata in una sorta di teatro politico-sportivo dove il vero protagonista, prima ancora dei legali, è stato il numero uno del Coni. Luciano Buonfiglio, arrivato con il piglio di chi quelle stanze le conosce fin troppo bene, non ha aspettato le domande dei giornalisti per mettere i puntini sulle ‘i’: ha scelto di parlare a viso aperto, e l’oggetto del discorso era chiaro come l’acqua di roccia – la querelle che rischia di fare crollare il sistema calcio italiano dall’interno.
“Conoscendomi – ha esordito, quasi come fosse un monito per chi lo ascoltava – quando ci sono stati i presupposti, ho commissariato o no? Sì. Stavolta no”. Una frase, questa, che pesa come un macigno. Perché il riferimento, seppur indiretto, è chiaramente al governo e al ministro per lo Sport Andrea Abodi, da tempo convinto (almeno stando alle voci che rimbombano nei corridoi romani) che la Federcalcio versi in uno stato di ingovernabilità tale da richiedere un intervento esterno. E dire che il governo, dicono fonti vicine al dossier, avrebbe già un decreto pronto nel cassetto, pronto a scattare non appena si materializzasse il pretesto giuridico perfetto.
Il “catenaccio” di Buonfiglio e la leva dell’inchiesta arbitrale
Quel pretesto, nelle settimane scorse, sembrava essersi materializzato. L’inchiesta della procura di Milano sul designatore Rocchi – quella che ha portato a galla presunti intrecci e telefonate poco trasparenti – ha scatenato un terremoto nel mondo arbitrale, e le dimissioni (forzate, secondo molti) del presidente Gravina dalla Figc hanno fatto il resto. In molti, a questo punto, scommettevano su una soluzione drastica: il commissariamento. E invece Buonfiglio frena, e come. “Non mi lascio influenzare da destra o da sinistra – ha ribadito, con un tono che non ammetteva repliche – e non mi lascio influenzare da chi vuole parlare al posto mio”.
Una dichiarazione, quest’ultima, che suona come una stilettata velenosa diretta a chi, magari senza averne né i poteri né i titoli, sta tentando di forzare la mano. Il presidente del Coni, da parte sua, ha voluto sottolineare il proprio ruolo con una punta di orgoglio (non celato, anzi esibito): “Sono orgoglioso di rappresentare tutti gli organismi sportivi: federazioni, discipline associate, enti di promozione. Le rappresento e le sostengo – ha aggiunto – ma allo stesso tempo devo anche monitorare”. Quel “monitorare”, però, viene subito precisato: “Questo non vuol dire essere sceriffo”.
Regole da rispettare, non da forzare
L’equilibrio, per Buonfiglio, è tutto qui: il confine tra controllo e ingerenza. “Io sono stato eletto per far rispettare le regole – ha spiegato – ma il primo a rispettarle devo essere io”. Una frase incidentale, quasi sussurrata, che riassume la filosofia di chi non intende forzare la mano solo perché la pressione politica aumenta. E la pressione, in effetti, aumenta ogni giorno. Il caos arbitrale è una leva formidabile per chi vuole cambiare le cose in fretta; ma Buonfiglio, con un ragionamento che non lascia spazio a interpretazioni, oppone un muro: “Oggi per la Figc non ci sono i presupposti”.
A sostegno di questa tesi, l’ex campione (oggi amministratore navigato) cita una prassi consolidata: quando i presupposti ci sono stati, in passato, lui stesso non ha esitato a commissariare. Stavolta, invece, no. E il fatto che qualcuno parli al suo posto – alludendo chiaramente a ministri, sottosegretari o semplici opinionisti di lusso – non cambia la sostanza. “Non mi faccio influenzare né da destra né da sinistra”, ha ripetuto, quasi fosse un mantra. Le parole d’ordine diventano così due: autonomia e rigore.
L’udienza e il siluro al ministro
L’occasione, si diceva, era l’udienza sulle Sezioni Unite. Ma il vero banco di prova, per Buonfiglio, era un altro: mandare un messaggio diretto, senza intermediari, ad Andrea Abodi. Quel messaggio è stato ricevuto, eccome. “Non ci sono i presupposti per commissariare la Figc” è diventato in poche ore il titolo di giornata, la frase destinata a fare il giro dei salotti sportivi e politici. Perché se è il presidente del Coni a dirlo – quello che per statuto deve vigilare sulla corretta gestione delle federazioni – allora la partita rischia di chiudersi ancora prima di cominciare.
Il governo, con il suo decreto già pronto, dovrà dunque fare i conti con un avversario inatteso: non un politico di professione, ma un tecnico dello sport che ha deciso di giocare a carte scoperte. “Conoscendomi – aveva avvertito Buonfiglio all’inizio – quando ci sono stati i presupposti, ho commissariato”. E stavolta, per la Federcalcio, quei presupposti proprio non li vede. Almeno per oggi.




