Armi sì, welfare no? Le contraddizioni del riarmo europeo
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Redazione Esteri
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Da quando la Commissione europea ha avanzato l’idea di un programma di riarmo continentale, con un costo stimato di 800 miliardi di euro, non riesco a liberarmi da una sensazione di disagio. Nonostante sia consapevole che l’Europa debba svegliarsi dal torpore degli ultimi decenni e riconoscere che la sicurezza non è più un dato acquisito, la proposta mi appare frettolosa, mal concepita e, soprattutto, distante dalle priorità reali dei cittadini.
L’ombrello atlantico, per quanto gravoso, ha garantito al vecchio continente decenni di stabilità, ma è innegabile che il contesto geopolitico sia mutato. Tuttavia, la corsa al riarmo, annunciata con toni quasi trionfalistici dalla presidente Ursula von der Leyen, sembra ignorare un passaggio fondamentale: l’Europa non ha ancora una Costituzione condivisa. Come si può pensare di costruire un esercito comune senza prima dotarsi di un quadro giuridico e politico solido? È come mettere il tetto prima delle fondamenta.
La mancanza di una Carta Costituzionale europea, che definisca diritti e doveri dei cittadini e degli Stati membri, rende l’intera operazione poco credibile. Sebbene sia comprensibile l’urgenza di rafforzare la difesa comune, è difficile chiedere ai cittadini di accettare un impegno economico così ingente senza che vi sia un progetto politico chiaro e condiviso. Un articolo costituzionale che sancisca i principi di sicurezza e difesa potrebbe, forse, rendere più accettabile l’idea di un riarmo, ma al momento sembra che si stia procedendo in ordine sparso.
Un altro aspetto che stride è la mancanza di consultazione parlamentare. Von der Leyen ha annunciato il piano senza confrontarsi con il Parlamento europeo, un’omissione che rischia di minare la legittimità dell’intera operazione. Non si tratta di contrapporsi agli Stati Uniti, come ha sottolineato il futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz, ma di costruire un’Europa più autonoma e coesa, anche all’interno dell’alleanza atlantica. Tuttavia, questa autonomia non può prescindere da un dibattito democratico e trasparente.
Il nodo centrale, però, rimane il rapporto tra spese militari e welfare. In un periodo di crisi economica e sociale, in cui molti cittadini faticano a far fronte ai rincari e ai tagli ai servizi pubblici, destinare centinaia di miliardi al riarmo appare come una scelta discutibile. Senza contare che, come ha fatto notare Marco Vigna in una lettera al direttore, si tratta di fondi prelevati dalle tasche dei contribuenti senza un reale consenso.




