Nato, verso il 5% del Pil per la difesa: tra riarmo e garanzie sul welfare
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Redazione Esteri
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L’incontro dei leader della Nato all’Aia, conclusosi il 25 giugno, ha sancito un impegno vincolante per gli Stati membri: destinare entro il 2035 almeno il 5% del proprio Pil alle spese militari, con l’eccezione della Spagna, che ha ottenuto una deroga. Di questa quota, il 3,5% sarà dedicato alla difesa in senso stretto, mentre il restante 1,5% finanzierà settori correlati, dalla cybersicurezza alle infrastrutture critiche. Una decisione che, se da un lato risponde alla necessità di fronteggiare un contesto internazionale sempre più instabile, dall’altro solleva interrogativi sull’equilibrio tra sicurezza e priorità sociali.
L’Europa, che dopo la Seconda Guerra Mondiale aveva costruito la sua identità sulla promessa di pace e cooperazione, si trova oggi a fare i conti con conflitti che lambiscono i suoi confini. L’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni tra Iran e Israele, le crisi in Africa e Medio Oriente hanno riportato in primo piano la fragilità di un sistema globale sempre più privo di regole condivise. Se la Nato, in questo scenario, rappresenta un baluardo difensivo, l’aumento delle spese militari rischia però di diventare un tema divisivo, soprattutto quando si discute di come conciliarlo con le esigenze dei cittadini.
Antonio Tajani, intervenuto sulle polemiche, ha assicurato che il governo italiano non intende tagliare risorse a sanità, scuola e welfare per rispettare gli impegni con l’Alleanza. “Quello che circola è demagogia”, ha dichiarato il ministro degli Esteri alla Nuova Sardegna, sottolineando come la difesa collettiva non debba tradursi in un ridimensionamento dei servizi pubblici. Ma la questione, come spesso accade, è più complessa. Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica, ha proposto di destinare parte di questi fondi alla creazione di un “Eurodome”, uno scudo antimissile europeo che ottimizzerebbe le risorse e rafforzerebbe la sicurezza continentale.




