Lo sgombero di Askatasuna, un segnale politico che accende la piazza torinese

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nelle prime ore del 18 dicembre, un’operazione di polizia ha portato allo sgombero forzato del centro sociale Askatasuna, storico presidio di corso Regina Margherita a Torino, accompagnato dalle perquisizioni di otto attivisti dell’area antagonista cittadina. L’intervento, definito dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi “un segnale chiaro dello Stato”, è stato motivato dall’esigenza di non lasciare spazio alla violenza, come egli stesso ha scritto in un messaggio diffuso online, riferendosi implicitamente a una serie di recenti episodi di tensione che hanno coinvolto la città. La decisione, che segue gli assalti verificatisi nei giorni scorsi contro la sede di Leonardo, le Ogr e la redazione del quotidiano La Stampa, è stata eseguita all’alba dalla questura, trasformando il lungo corso in un luogo blindato e spettrale, presidiato da numerose forze dell’ordine.

La reazione in strada e la rottura del patto

La risposta del tessuto militante e di movimento torinese non si è fatta attendere, coagulandosi in un corteo di circa un migliaio di persone che, nel pomeriggio, ha invaso il corso al grido di “Askatasuna non si tocca”. Molti di loro, appartenenti a diverse realtà cittadine che si sono alternate a un microfono allestito con un gazebo, hanno ribadito una solidarietà totale, affermando di essere “tutti Askatasuna”, mentre la polizia osservava la scena in assetto antisommossa. La tensione è cresciuta quando alcuni manifestanti, sedutisi al centro della strada per bloccare i mezzi delle forze dell’ordine ancora impegnate nelle operazioni, hanno spinto gli agenti a disperdere il presidio con l’uso degli idranti. In quello stesso frangente, il sindaco Stefano Lo Russo ha dichiarato che il patto precedentemente esistente con il centro sociale è “decaduto automaticamente”, una presa di posizione che ha contribuito ad accentuare lo scontro politico-istituzionale intorno alla vicenda.

Le implicazioni di un atto giudiziario e amministrativo

L’operazione odierna, al di là dell’immediato impatto sull’edificio occupato, rappresenta l’epilogo di un percorso giudiziario e amministrativo che lega lo sgombero agli episodi di devastazione citati dal ministro. Le perquisizioni personali disposte negli appartamenti degli attivisti, del resto, indicano come le indagini non si limitino al solo fatto dell’occupazione ma intendano ricostruire eventuali reti e responsabilità più ampie. Quel che emerge, al di là delle dichiarazioni di principio, è una volontà di applicare una linea di fermezza che il governo, con Piantedosi in prima fila, considera ormai non più rinviabile, trattando il caso come un esempio da cui partire per un’azione più estesa sul territorio nazionale.

Un simbolo che divide e unisce

Askatasuna, che in lingua basca significa “libertà”, è da decenni un luogo simbolo della controcultura e del dissenso politico a Torino, spazio di aggregazione e di iniziativa sociale per molti, ma anche visto da altri come un avamposto di illegalità. La sua chiusura forzata, quindi, non è un semplice atto di polizia ma un fatto politico di alto valore simbolico, che divide l’opinione pubblica e riaccende il dibattito, mai sopito, sul ruolo dei centri sociali e sui limiti della protesta. La sera del 18 dicembre, mentre i militanti tentavano di mantenere un presidio nonostante gli idranti, la questione era già diventata un caso nazionale, capace di raccogliere atti di solidarietà da ogni parte d’Italia e di intersecarsi, come in una nota di sostegno proveniente dalla provincia di Cuneo, con altre mobilitazioni, ad esempio quella per la Palestina, mostrando la complessità di un movimento che trova in questo episodio un motivo di unione e di rabbia.

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