Forza Italia, il casting per le nuove facce a Cologno Monzese è già un provino da “Grande Fratello”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Più che un semplice vertice politico, l’incontro che si è tenuto a Cologno Monzese tra Antonio Tajani, i vertici della famiglia Berlusconi e Gianni Letta ha assunto i contorni di un vero e proprio provino. Non nel senso classico e quasi austero con cui, teoricamente, un partito dovrebbe selezionare la futura classe dirigente, ma in quello molto più contemporaneo, mediatico e spietatamente televisivo del termine: curriculum sul tavolo, nomi da testare, facce da valutare, profili da capire se possano funzionare oppure no. E in fondo non sorprende neppure troppo che tutto questo accada proprio nel luogo simbolico di un sistema, quello di Cologno, che da decenni vive di immagine, riconoscibilità, confezione del messaggio e, banalmente, della capacità di stare davanti a una telecamera senza sembrare fuori posto.

L’operazione di scouting – ed è questa la vera notizia emersa nei giorni scorsi – è stata affidata a Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. Il dettaglio, lungi dall’essere una semplice formalità organizzativa, racconta molto della fase che sta attraversando il partito azzurro: non basta più sopravvivere di rendita grazie al nome del fondatore, né limitarsi alla gestione prudente e ordinata garantita da Tajani. Oggi, per provare a costruire una nuova immagine di sé, Forza Italia cerca volti. E il paragone con i provini del “Grande Fratello” smette di essere una battuta per diventare quasi una chiave di lettura, perché il meccanismo che si intravede è simile: bisogna “funzionare”, risultare presentabili e compatibili con il marchio, abbastanza nuovi da sembrare freschi ma non così autonomi da diventare ingestibili.

La successione a Barelli e il nodo della leadership

Intanto, la partita interna che aveva visto protagonista Paolo Barelli si è chiusa con l’acclamazione di Enrico Costa come nuovo capogruppo dei deputati. Una soluzione, quella del successore, arrivata dopo un vertice fiume e un lavoro di ricucitura portato avanti proprio da Letta, che ha trasformato una candidatura inizialmente divisiva in una proposta condivisa. Costa, che in passato si era allontanato dal partito per poi farvi ritorno, ha definito l’incarico come “uno dei momenti più emozionanti” della sua storia politica, raccogliendo l’eredità di un gruppo che porta nel simbolo il nome Berlusconi. Barelli, da parte sua, ha incassato il passo indietro con una certa amarezza, rivendicando il suo ruolo di colonnello scelto personalmente dal fondatore (“normalmente i partiti si guidano dall’interno”, ha detto in una delle sue ultime uscite pubbliche), e ora il suo nome circola per un possibile incarico di sottogoverno, magari come viceministro.

Il metodo televisivo del dopo-Berlusconi

È un meccanismo brutale, ma profondamente berlusconiano. Perché il berlusconismo, prima ancora di essere una cultura politica, è stato una gigantesca macchina di costruzione del consenso attraverso la confezione del volto giusto e del personaggio giusto. La selezione guidata da Pellegrino sembra però orientarsi non tanto alla costruzione di un nuovo pensiero politico, quanto alla ricerca di figure capaci di rappresentarlo in modo convincente. E qui sta la differenza sostanziale: trovare un volto è molto più facile che trovare una visione. Il rischio, sempre in agguato in queste dinamiche, è che quando la selezione si concentra troppo sull’involucro, sulla faccia spendibile, si finisca per confondere il rinnovamento con un semplice maquillage, cambiando il volto senza cambiare il racconto. La domanda che aleggia su Forza Italia è se si stiano cercando davvero futuri dirigenti o semplicemente concorrenti abbastanza forti da tenere acceso il programma ancora un po’.

La questione ucraina e le polemiche in tv

A complicare il quadro, seppur su un versante totalmente esterno alle dinamiche di casting, sono arrivate le dichiarazioni di Marco Travaglio a La7. Il giornalista, intervenendo nel dibattito sulle guerre in corso, ha infatti lanciato un attacco frontale alla linea tenuta dal vicepremier Tajani. Travaglio ha contestato duramente quello che definisce un doppio standard della diplomazia italiana ed europea, fornendo numeri per sostenere la sua tesi: secondo il giornalista, mentre per l’Ucraina sono arrivati 20 pacchetti di sanzioni alla Russia, per il conflitto a Gaza non se ne è visto nessuno verso Israele, nonostante un altissimo tasso di vittime civili. Una polemica rovente, che rischia di alimentare ulteriormente le tensioni nello scenario politico, anche se per ora la macchina del “rinnovamento” a Cologno sembra procedere spedita, in attesa di scoprire i nomi dei prossimi “concorrenti” pronti a entrare nella casa del partito.

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