Gaza, la prima luce a Khan Younis dopo la riapertura di Rafah

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’alba di giovedì, sull’ospedale Nasser di Khan Younis, ha squarciato un buio che durava da mesi, restituendo una scena di rientri agognati e di volti segnati dalla fatica. Un autobus, scortato da veicoli delle Nazioni Unite il cui intervento è stato indispensabile, ha portato fino lì l’ultimo gruppo di palestinesi che, dopo un’attesa snervante, ha potuto varcare nuovamente il confine di Rafah, riaperto in condizioni ancora precarie all’inizio di questa settimana. Parenti, in piedi da ore nel cortile della struttura, hanno potuto abbracciare i propri cari, in un momento di sollievo intriso però del ricordo della lontananza forzata. «Un viaggio di sofferenza: stare lontani da casa è difficile e logorante», ha raccontato Seham Omran, una delle persone rientrate, la cui testimonianza – come molte altre – delinea le profonde cicatrici lasciate da un esilio imposto.

Il percorso accidentato delle evacuazioni mediche

Già pochi giorni prima, giovedì 5 febbraio, un altro nucleo di persone, prevalentemente pazienti destinati all’evacuazione, aveva lasciato l’ospedale della Mezzaluna Rossa nella stessa città meridionale di Gaza, dirigendosi verso quel valico che rappresenta per molti l’unico corridoio verso cure non disponibili nella Striscia. Le operazioni, però, procedono a scatti, sotto la costante minaccia di interruzioni improvvise: proprio mercoledì, infatti, ai malati in procinto di attraversare il confine era stato comunicato un rinvio imposto dalle autorità israeliane, un colpo di scena che ha gettato nello sconforto chi sperava di partire. La ripresa degli attraversamenti, avvenuta sotto il coordinamento tecnico di un team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresenta dunque soltanto una finestra temporanea, sebbene vitale, per una parte degli oltre 20.000 bambini e adulti che, secondo le stime delle autorità sanitarie locali, necessitano con urgenza di trattamenti specialistici all’estero.

Una frontiera simbolo di distruzione e controllo

Il valico di Rafah, bisogna ricordarlo, non è semplicemente un punto di passaggio, ma un simbolo della drammatica contrazione della libertà di movimento per i palestinesi di Gaza. La sua chiusura risale al 7 maggio 2024, data di inizio dell’operazione terrestre israeliana durante la quale la struttura frontaliera con l’Egitto venne competentemente distrutta dalle forze militari. Da quel momento, e per un lungo periodo, il transito è rimasto completamente interdetto, costringendo anche durante le brevi tregue, come quella del gennaio 2025, a dirottare i flussi umanitari verso l’altro valico di Kerem Abu Salem. La riapertura di questi giorni, per un numero limitato di persone, non cancella il peso di mesi di isolamento né le umiliazioni patite: si parla, in proposito, di procedure di controllo invasive, come nel caso di donne bendate e ammanettate da soldati dell’IDF durante le operazioni di identificazione prima del rientro, una pratica che marca in modo indelebile il ritorno a casa con il sigillo della subordinazione.

Una speranza fragile per il futuro

Le immagini degli arrivi all’ospedale Nasser, dunque, se da un lato accendono un barlume di fiducia, dall’altro proiettano ombre lunghe sulle condizioni reali di vita nella Striscia. L’accesso a cure mediche adeguate rimane una questione di sopravvivenza per migliaia di individui, il cui destino è legato alla volatilità degli accordi e alla stabilità di un corridoio che la storia recente ha mostrato essere estremamente fragile. La riapertura di Rafah, seppur parziale, riattiva un flusso essenziale, ma lo fa all’interno di un quadro di devastazione materiale e psicologica dove ogni ritorno, ogni attraversamento, porta con sé il racconto di una prova superata e la paura per quelle ancora da affrontare.

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