Ponte sullo Stretto, il giudice Miele lascia la presidenza del Collegio revisori del Csm dopo l’avviso di garanzia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, che si trova attualmente sotto inchiesta da parte della procura di Roma per presunti episodi di corruzione legati all’iter del Ponte sullo Stretto, ha formalizzato le proprie dimissioni dall’incarico di presidente del Collegio dei revisori dei conti del Consiglio superiore della magistratura.
L’annuncio, filtrato ieri da fonti qualificate del Csm stesso, arriva a distanza di poche settimane dall’inizio ufficiale delle indagini che hanno coinvolto l’ormai ex magistrato contabile, e sancisce la sua uscita da un ruolo – quello di garante della trasparenza contabile all’interno dell’organo di autogoverno delle toghe – divenuto politicamente insostenibile dopo la contestazione degli inquirenti.
Miele, che aveva ottenuto la guida del Collegio nell’aprile del 2025, operava inizialmente a titolo gratuito: solo dopo il collocamento in pensione, avvenuto nello scorso febbraio, per lui era stato deliberato dal plenum un compenso annuo lordo pari a 27mila euro. Un passaggio, quello dalla gratuità alla retribuzione formale, che ora cade sotto la lente d’ingrandimento della magistratura, anche se gli inquirenti sembrano concentrarsi più sulla natura delle presunte contropartite che sul mero aspetto economico della vicenda.
Le dinamiche del presunto sistema corruttivo
Secondo la ricostruzione fornita dagli atti dell’accusa, infatti, il metodo utilizzato dalla rete di presunti facilitatori sarebbe stato ricorrente e ben oliato: l’obiettivo dichiarato era quello di avvicinare un magistrato influente della Corte dei Conti, assicurarsene l’appoggio attraverso la partecipazione ad associazioni culturali o convegni, e presentargli figure in ruoli apicali nell’amministrazione pubblica, capaci di favorirne gli sviluppi professionali una volta terminata la carriera giudiziaria.
In cambio di questo sostegno – finalizzato a soddisfare ambizioni di prestigio o incarichi di peso, come ventilato per la possibile presidenza dell’Antitrust – l’ex giudice avrebbe dovuto fornire il proprio contributo per ottenere il via libera dell’organo contabile al progetto definitivo del Ponte.
Il meccanismo, descritto dalla procura di piazzale Clodio come un vero e proprio sistema di scambio, prevedeva dunque una promessa di utilità futura (raccomandazioni, interventi presso terzi, sponsorizzazioni) in cambio di informazioni riservate sull’orientamento dei colleghi e sulle camere di consiglio.
Non si tratta di un episodio isolato: le indagini condotte dal Ros dei carabinieri hanno rivelato che l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio – rispettivamente ex membro del cda della società Stretto di Messina e figura legata ad un’associazione regionale – avrebbero tentato di avvicinare almeno altri due magistrati contabili, percepiti come utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera.
La portata delle indagini e le posizioni degli indagati
Le verifiche degli investigatori, che hanno portato al sequestro di cellulari e materiale informatico nelle province di Reggio Calabria e Frosinone, mirano a ricostruire con precisione le conversazioni antecedenti alla decisiva adunanza del 29 ottobre 2025; in quell’occasione, con una sorpresa che avrebbe colto di sorpresa anche gli stessi indagati, la Corte dei Conti non ammise al visto la delibera Cipess numero 41/2025 relativa all’infrastruttura, bloccando di fatto l’approvazione contabile.
A differenza di quanto accaduto con Miele, gli altri due magistrati contabili avvicinati da Saccomanno e Virgiglio non avrebbero risposto alle sollecitazioni, dimostrandosi impermeabili alle lusinghe.
Le ipotesi di reato contestate al momento sono la corruzione e la rivelazione di segreto d’ufficio: si sostiene che Miele, pur essendo un giudice imparziale, abbia messo a disposizione il proprio ruolo istituzionale e la propria esperienza per favorire un esito positivo dei controlli, arrivando persino a predisporre una memoria tecnica nell’interesse della società concessionaria dopo il pronunciamento negativo.
I difensori, a partire dall’avvocato Pier Paolo Dell’Anno che assiste l’ex magistrato, hanno comunque espresso massima fiducia nell’operato della magistratura, dichiarandosi certi che si chiarirà nel tempo la totale estraneità del loro assistito alle contestazioni mosse dalla procura.
La rinuncia all’incarico al Csm
Nel frattempo, la posizione di Tommaso Miele è divenuta insostenibile anche dal punto di vista formale, spingendolo a rassegnare le dimissioni dalla presidenza del Collegio dei revisori; un passo, questo, che non incide sulla sua posizione sostanziale nel procedimento penale, ma che rappresenta un atto dovuto per scongiurare qualsiasi conflitto di interessi all’interno di un organo preposto al controllo della legalità nella gestione delle risorse pubbliche e dei conti della magistratura.
L’incarico, che aveva durata quadriennale (dal 2025 al 2028), era iniziato a titolo gratuito; la situazione era però mutata dopo il pensionamento del magistrato, quando l’organo di autogoverno ha deliberato la corresponsione di un compenso annuo di 27mila euro, una cifra che oggi rappresenta un elemento fattuale nel quadro, sebbene non il nucleo centrale delle accuse.
Con queste dimissioni, il Csm dovrà ora provvedere a nominare un successore alla guida del Collegio, mentre la procura di Roma continua serratamente le sue verifiche per accertare l’eventuale esistenza di ulteriori nodi critici nel lungo iter autorizzativo del Ponte. La società Stretto di Messina, come dichiarato dal suo amministratore delegato, ha comunque assicurato che l’inchiesta non rallenterà il percorso verso l’approvazione definitiva, ribadendo l’intenzione di procedere con la massima trasparenza per ottenere il necessario visto contabile.




