Trump, i sospetti di insider trading e quel picco di contratti sul petrolio prima dell’annuncio sull’Iran

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il rapporto tra Donald Trump e i mercati finanziari, da sempre borderline con le regole che dovrebbero garantire l’equità delle informazioni, torna al centro di un’indagine informale ma stringente: quella condotta dai dati. A sollevare il velo, questa volta, non è un’inchiesta giudiziaria – almeno non ancora – ma l’analisi dei flussi anomali registrati nei minuti precedenti un annuncio cruciale del presidente degli Stati Uniti. Se in passato era accaduto con gli annunci a sorpresa e le altrettanto improvvise retromarce sui dazi, lo schema sembra ripetersi oggi con una posta in gioco infinitamente più alta: il conflitto in Medio Oriente e il prezzo del petrolio. L’amministrazione Trump, che dal 28 febbraio ha dato il via – insieme a Israele – a un’offensiva contro l’Iran estesa all’intera regione, si trova ora a dover fare i conti con una dinamica speculativa che trasforma la geopolitica in una macchina da soldi per pochi, anticipata da mosse che appaiono inspiegabili senza un accesso privilegiato alle decisioni della Casa Bianca.

I quindici minuti che valgono centinaia di milioni

Il caso più recente, riportato da fonti come la BBC e il Financial Times su dati di mercato puntuali, ha il sapore di una fotografia quasi perfetta della tempistica sospetta. È accaduto lunedì, quando i mercati attendevano segnali su una possibile de-escalation dopo settimane di bombardamenti e tensioni crescenti. Intorno alle 6:49 sulla costa orientale degli Stati Uniti, sul New York Mercantile Exchange (Nymex), il numero di contratti future sul greggio WTI è passato in un solo minuto da poche centinaia a oltre duemila operazioni. Un controvalore stimato in circa 170 milioni di dollari, concentrato in una finestra temporale di appena quindici minuti. Una raffica di scommesse al rialzo – o al ribasso, a seconda della struttura dei contratti – che ha preceduto di pochissimo un post di Donald Trump su Truth Social, in cui il presidente annunciava “conversazioni molto buone e produttive” con l’Iran per una risoluzione delle ostilità. L’annuncio, sebbene prontamente smentito dai media statali iraniani sui contatti diretti, ha innescato una reazione immediata sui listini: il Dow Jones e il Nasdaq hanno chiuso in rialzo dell’1,38 per cento, mentre lo S&P 500 ha guadagnato l’1,15. Una boccata d’ossigeno per gli investitori, certo, ma che lascia aperti interrogativi su chi abbia potuto muoversi con tanta precisione prima che la notizia fosse pubblica.

Il paradosso della guerra e il flusso dei soldi

Per capire cosa muove le decisioni di una presidenza che si muove su un crinale così sottile tra diplomazia e conflitto – l’Iran, va ricordato, non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti secondo quanto dichiarato dal direttore dell’Antiterrorismo a stelle e strisce prima delle sue dimissioni – occorre seguire il flusso del denaro. La guerra scatenata il 28 febbraio ha sconvolto i mercati di gas e petrolio in meno di quattro settimane, con ripercussioni a catena sull’economia globale. L’Italia, per la sua ampia e strutturale dipendenza dall’import di combustibili fossili, si trova in prima fila tra i Paesi esposti agli shock energetici. Eppure, in questo quadro di incertezza, qualcuno sembra essere stato in grado di orientarsi con una cognizione anticipata delle intenzioni della Casa Bianca. Il meccanismo, secondo gli analisti che hanno esaminato i dati, non è nuovo: già in passato annunci e retromarce sulle politiche tariffarie avevano generato picchi anomali di operazioni nei minuti precedenti le dichiarazioni ufficiali, senza che finora fosse mai stata formalmente accertata una responsabilità penale a carico di esponenti dell’amministrazione.

Un’ombra lunga sui mercati e sulle inchieste

La seduta di lunedì ha regalato agli investitori la migliore performance giornaliera delle ultime settimane, ma dietro il sorriso dei grafici a candela si staglia un’ombra lunga. I dati analizzati raccontano una dinamica di una precisione chirurgica: un picco improvviso, concentrato, in una finestra temporale strettissima, prima che il presidente uscisse con un annuncio capace di muovere i corsi del greggio e dell’intera economia. Non si tratta, in questo caso, di un’opinione o di una suggestione: il numero di contratti passati in un minuto da poche centinaia a oltre duemila è un dato oggettivo, registrato dalle piattaforme di scambio. E la tempistica – quindici minuti prima che Trump scrivesse su Truth – è altrettanto oggettiva. Ciò che manca, ancora, è un’inchiesta formale che accerti se dietro quelle operazioni ci fossero soggetti legati all’amministrazione o persone informate dei fatti prima che il messaggio venisse reso pubblico. Ma nell’attesa di sviluppi giudiziari, che potrebbero o meno arrivare, resta il dato di fatto: mentre il mondo segue con apprensione l’escalation in Medio Oriente, in Borsa c’è chi conosce in anticipo le mosse del presidente e ci guadagna.

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