Santa Maria di Sala, la fossa biologica e le domande senza risposta

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Abdou Mustafa Ziad Saad, 21 anni, e Abdelwahab Hamad Sayed, 39, nella fossa settica di una villa a Veternigo, frazione di Santa Maria di Sala, non è solo una tragedia annunciata ma un caso che squarcia il velo sul lavoro nero e sulle responsabilità, ancora tutte da chiarire. I due operai egiziani, privi di maschere protettive e privi di un regolare contratto, sono entrati in quella vasca di acque reflue senza alcuna cognizione dei rischi, come dimostrano i camici e gli stivali indossati, insufficienti di fronte ai gas letali. Il più giovane è sceso per primo; il più anziano lo ha seguito nel tentativo di salvarlo. Entrambi sono morti soffocati.

La procura di Venezia, con il reggente Stefano Ancilotto, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, mentre i carabinieri dell’Ispettorato del lavoro ricostruiscono la catena di comando. Chi ha dato l’incarico? Chi li ha mandati in quel pozzo senza attrezzature adeguate, senza formazione, senza neppure la possibilità di comunicare in modo efficace, visto il limitato italiano che conoscevano? Le indagini puntano a identificare non solo il proprietario dell’immobile ma anche eventuali intermediari, spesso invisibili in questi giri di lavoro sommerso.

Quello che emerge è un sistema in cui la manodopera viene sfruttata fino all’estremo, senza tutele né controlli. I due egiziani, come tanti altri, erano esposti a rischi mortali per pochi euro, in un Paese che pure vanta normative severe in materia di sicurezza. Ma le leggi, se non applicate, restano carta vuota. La fossa biologica di Veternigo è solo l’ultimo esempio di un meccanismo perverso, che trasforma il lavoro in una roulette russa

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.