Le ombre del sistema Pavia, tra intercettazioni e auto di lusso
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Redazione Interno
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Dalla procura di Pavia, negli anni compresi tra il 2018 e il 2021, transitavano tutte le operazioni di ascolto, gestite in uno “stanzone” da un gruppo specializzato di carabinieri di polizia giudiziaria. Costoro, che si occupavano prevalentemente di reati di colletti bianchi, risultavano essere assegnati in via pressoché esclusiva allo stesso magistrato, Pietro Paolo Mazza, e costituivano, di fatto, una squadra composta esclusivamente da uomini di fiducia di Mario Venditti, il quale in quel periodo ricopriva il ruolo di facente funzioni di capo della procura. Una dinamica interna, questa, che alcuni ufficiali, ascoltati nel corso delle indagini, hanno descritto con una formula tanto efficace quanto eloquente: “Lavoravi soltanto se eri suo sodale”. Un meccanismo di cooptazione che delinea i contorni di un sistema i cui legami, secondo gli inquirenti, si estendevano ben oltre le mura del palazzo di giustizia.
I favori e le auto a prezzo di favore
Le successive indagini della procura di Brescia, che sta esaminando il cosiddetto “sistema Pavia”, hanno portato alla luce un presunto scambio di favori di notevole entità. Gli accertamenti hanno evidenziato come l’allora pm Paolo Pietro Mazza, in concorso con l’aggiunto Mario Venditti, ricevessero da un imprenditore, titolare di due società, “varie utilità”. Tra queste, spicca la vendita di autovetture a un prezzo decisamente inferiore a quello di mercato. In cambio, secondo la ricostruzione degli investigatori, i due magistrati avrebbero compiuto atti contrari ai propri doveri d’ufficio, consistenti nell’affidamento pressoché esclusivo a una delle società dello stesso imprenditore per il noleggio degli apparati di intercettazione, e nell’affidamento in esclusiva all’altra società per il noleggio di autovetture. Un numero di vetture, quest’ultimo, giudicato incongruo rispetto alle reali esigenze investigative e, si sospetta, destinato in parte a un uso privato del tutto scollegato dalle attività di indagine.
Le nuove indagini sull'omicidio di Garlasco
Le medesime indagini sul “sistema Pavia” hanno finito per intersecarsi con uno dei casi di cronaca nera più intricati e dolorosi degli ultimi anni: l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Nel novero dei magistrati le cui posizioni sono oggetto di accertamenti figura infatti Fabio Lambertucci, maceratese di 61 anni, che nel 2017, all’epoca dei fatti, ricopriva la carica di giudice per le indagini preliminari. Lambertucci, oggi giudice del dibattimento penale in un tribunale del nordest, sarebbe, secondo le ipotesi degli inquirenti, un ulteriore tassello di quel presunto sistema di relazioni e favori che la procura di Brescia sta pazientemente ricostruendo, gettando una nuova luce, seppur indiretta, sulle indagini che seguirono la tragica morte della giovane.
Le gemelle Cappa e le verifiche finanziarie
In questo contesto, si è tornati a parlare anche delle cugine di Chiara Poggi, Stefania e Paola Cappa, la prima avvocato, la seconda food blogger. Sebbene non siano mai state formalmente indagate per il delitto di Garlasco, le due sono state recentemente oggetto di una richiesta avanzata dalle fiamme gialle di Pavia, finalizzata a verificare i loro conti correnti, assieme a quelli di altri familiari stretti. Un episodio che riporta l’attenzione sulle numerose volte in cui, pur senza alcun coinvolgimento diretto nelle accuse, i loro nomi sono comunque riemersi nel corso delle indagini, tra presunti avvistamenti, frasi sulla scomparsa della cugina e altre circostanze che, nel complesso, le hanno viste in qualche modo toccate, seppur marginalmente, dalla tragica vicenda.




