Trump e Bin Salman, un'amicizia strategica oltre le ombre
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Redazione Esteri
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Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, definendolo pubblicamente "un amico di lunga data" e un uomo "estremamente rispettato", in un incontro che ha sancito, senza ambiguità, la solidità di un'alleanza strategica. Il presidente americano, elogiando senza riserve l'operato dell'ospite, ha voluto sottolineare come i progressi da lui compiuti, "in termini di diritti umani e di tutto il resto", siano da considerarsi "incredibili", in una difesa a tutto campo che non ha trascurato di affrontare le questioni più spinose. L'atmosfera cordiale e i toni enfatici, che hanno caratterizzato l'evento, hanno però conosciuto un momento di tensione quando un giornalista ha interrotto il colloquio bilaterale per sollevare il tema dell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
La difesa a oltranza e la rabbia con la stampa
Proprio in quell'occasione, Trump è intervenuto con veemenza per schermare il principe ereditario dall'imbarazzo di una domanda diretta, apostrofando la testata come fonte di "fake news" e intimando alla giornalista di non mettere in difficoltà l'illustre ospite, il quale, secondo le sue parole, "non sa nulla" della vicenda. Questo episodio, più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, ha messo in luce la volontà dell'amministrazione di seppellire definitivamente un caso che aveva scosso l'opinione pubblica mondiale, privilegiando la realpolitik e gli interessi nazionali, o quanto meno quelli che vengono percepiti come tali, su ogni altra considerazione di carattere etico o giudiziario. La linea adottata, perentoria e senza tentennamenti, delinea un approccio diplomatico che non ammette interferenze, nemmeno quando queste provengono dalla stampa.
Le ombre lunghe e le questioni irrisolte
Al di là delle assoluzioni pubbliche e della retorica dell'amicizia, permangono tuttavia interrogativi di fondo che riguardano la stabilità di un rapporto così stretto con una figura il cui potere, per quanto solido possa apparire, non è esente da rischi interni. Alcuni osservatori, infatti, pongono l'accento sulla fragilità intrinseca di regimi fondati su un unico punto di riferimento, sollevando il dubbio, seppur remoto, che l'attuale leadership saudita possa un giorno confrontarsi con scenari imprevisti, come accaduto in passato ad altri alleati storici degli Stati Uniti nella regione. In un simile contesto, le critiche rivolte a Trump per il suo assolutorio sull'assassinio di Khashoggi, seppur forti e legittime, rappresentano forse solo la punta di un iceberg di problematiche ben più profonde e strategicamente rilevanti, che affondano le loro radici negli equilibri di potere mediorientali.
Un patto che ridisegna gli equilibri
L'intesa tra i due leader, che alcuni analisti interpretano come la consegna delle chiavi di un disegno geopolitico ambizioso, sembra orientata a costruire un nuovo assetto regionale, sebbene permangano forti perplessità sulla sua efficacia nel risolvere conflitti annosi. La visione che unisce Trump e Bin Salman, infatti, pur muovendosi su un piano di apparente sintonia operativa, non convince appieno gli esperti di dinamiche internazionali, i quali ritengono che questo patto potrebbe non avvicinare affatto una soluzione negoziata per la questione israelo-palestinese, basata sul modello dei due Stati. L'asse Washington-Riyadh, quindi, si consolida al di là delle ombre della cronaca nera e delle inchieste giudiziarie, puntando su obiettivi di lungo periodo che, almeno nelle intenzioni dichiarate, mirano a portare stabilità in un'area tradizionalmente instabile, anche a costo di scavalcare o ignorare le sensibilità che provengono da altri settori della società e dell'informazione.




