Trump e bin Salman, un patto nel nome degli interessi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La visita di Mohammed bin Salman a Washington, accolta da Donald Trump con una calorosità che ha oltrepassato i confini del protocollare, ha disegnato, al di là delle apparenze, una nuova cartina geopolitica per il Medio Oriente. Quella che poteva essere letta come una semplice visita di Stato si è rivelata, infatti, l'occasione per cementare un'alleanza strategica i cui effetti rischiano di ridisegnare gli equilibri di potere in una regione già di per sé instabile. L'immagine dei due leader, complici e sorridenti nello Studio Ovale, ha deliberatamente oscurato le ombre del passato, a cominciare dalla tragica fine del giornalista Jamal Khashoggi, il cui nome è stato abilmente evitato, se non per essere rapidamente accantonato da Trump stesso quando una giornalista ha tentato di sollevare la questione.
L'architettura di un nuovo asse
Mentre l'attenzione dei media era catturata dalle battute sopra le righe del presidente americano, che non ha esitato a scherzare sui differenti modi di salutare – preferendo una stretta di mano al "pugno" del suo predecessore –, sullo sfondo si consumava una ben più significativa transizione di influenza. L'Arabia Saudita, secondo quanto emerso dagli incontri, viene ora implicitamente indicata da Washington come il fulcro regionale, una sorta di garante della stabilità, assumendo di fatto un ruolo che per decenni era stato idealmente riservato a Israele. Questo riposizionamento, che qualcuno definisce storico, non è affatto casuale e risponde a precisi calcoli di realpolitik, i quali, com'è ovvio, tengono in massima considerazione gli interessi economici e la sicurezza energetica.
Le questioni irrisolte e il linguaggio della diplomazia
La disinvoltura con cui Trump ha gestito l'incontro, arrivando persino a mostrare con orgoglio il ritratto presidenziale firmato con l'autopen che ha rimpiazzato quello di Biden, ha inviato un messaggio inequivocabile sulla natura della relazione. Un messaggio che, volutamente, ha bypassato qualsiasi forma di scrutinio morale su episodi di cronaca nera che hanno coinvolto il regno saudita, concentrandosi esclusivamente sul presente e sul futuro della cooperazione. Le inchieste giudiziarie, comprese quelle ancora aperte su certi fatti di sangue, sembrano relegate a questioni di second'ordine, quasi fastidiose per un dialogo che si vuole costruire su basi completamente nuove e pragmatiche.
Oltre la cortina di parole e gesti
Ciò che emerge da questa vicenda, al di là delle strette di mano e delle battute, è la chiara volontà di forgiare un partenariato che trascende le tradizionali alleanze. L'affermazione di Trump, secondo il quale non gli importava "un fico secco" di dove fosse stata la mano del principe prima di stringerla, sintetizza efficacemente l'approccio di un'amministrazione che privilegia gli outcomes tangibili rispetto alle valutazioni di carattere etico-politico. È un cambio di passo netto, che segna una distanza abissale dalle amministrazioni precedenti e che consegna a Riad una centralità operativa senza precedenti, con tutte le conseguenze del caso per gli scenari mediorientali.




