Il regime iraniano, un’ideologia che non si sradica in poche settimane: l’analisi di Carmon (MEMRI) e i timori israeliani su una rivolta popolare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Tra le pieghe del conflitto in corso, che vede ormai quotidianamente raid aerei colpire il territorio iraniano e le sue postazioni strategiche, emerge una verità complessa, fatta di sfumature che vanno al di là della semplice contrapposizione militare. Se da un lato l’alleanza tra Stati Uniti e Israele porta avanti quella che viene definita una strategia di decapitazione del regime degli Ayatollah, eliminando figure di primo piano del sistema di potere, dall’altro le voci che giungono da Teheran, o quelle degli analisti che quel regime lo studiano da decenni, dipingono uno scenario ben diverso da una resa veloce.

Yigal Carmon, presidente del MEMRI – il Middle East Media Research Institute – e colonnello in congedo dei servizi di intelligence israeliani, non ha mai nascosto il suo sostegno all’azione militare contro la Repubblica Islamica. Tuttavia, la sua analisi, maturata sul campo e attraverso il monitoraggio costante dei media dell’area, suggerisce prudenza a chiunque pensi a una soluzione rapida. “La loro ideologia non si sradica in poche settimane”, ha avuto modo di spiegare, sottolineando come il tessuto di sostegno popolare, o quanto meno di controllo sociale, su cui poggia il regime sia ben più radicato di quanto si possa immaginare in Occidente. Un concetto, questo, che trova riscontro nelle sue dichiarazioni più recenti, dove paragona la tenacia degli Ayatollah a quella di regimi totalitari del passato, capaci di combattere fino all’ultimo senza cercare compromessi. Non c’è, a suo avviso, una figura paragonabile a una “Delcy Rodríguez” in Iran, un’interna pronta a trattare la resa: il regime, forte di un esercito e di milizie ideologizzate come i Basij, lotterà fino alla morte, e il conflitto sarà inevitabilmente lungo e sanguinoso.

Questa valutazione, che pure proviene da un osservatore di parte ma indubbiamente preparato, introduce un tema spinoso e di non poco conto nel dibattito interno israeliano e statunitense. La questione, sollevata con forza da un documento riservato del Dipartimento di Stato americano rivelato dal Washington Post, riguarda proprio le speranze, a volte coltivate a parole, di una sollevazione popolare che faccia da “cavalleria” interna contro gli Ayatollah. Il cablo diplomatico, redatto dall’ambasciata USA a Gerusalemme, riporta infatti che gli stessi funzionari israeliani, in colloqui privati con i colleghi americani, avrebbero ammesso il timore fondato che un’eventuale rivolta popolare in Iran verrebbe repressa nel sangue. Una strage, insomma, e non una liberazione. È un’ammissione di impotenza che mette in una posizione scomoda il governo di Benjamin Netanyahu, soprattutto se si considera che in passato, come accadde durante le proteste del gennaio 2023, personalità come Donald Trump avevano esortato gli iraniani a resistere, promettendo un sostegno che poi, di fatto, non è mai arrivato.

Il dilemma della decapitazione e la resilienza di un sistema

Se da un lato l’apparato militare e di intelligence israeliano-americano infligge colpi durissimi, con centinaia di raid giornalieri che mietono vittime ai vertici del potere, dall’altro la macchina propagandistica e decisionale di Teheran non sembra accusare il colpo. Anzi, la nuova Guida Suprema, subentrata dopo la morte di Ali Khamenei, rilancia la sfida con dichiarazioni roboanti: “Israele e Stati Uniti si devono inginocchiare e pagare i danni”. Affermazioni che, al di là della loro carica retorica, rivelano una convinzione di fondo, quella di poter resistere all’usura del tempo e delle bombe. Il ministro degli Esteri iraniano, dal canto suo, ha chiuso ogni spiraglio diplomatico, affermando che non saranno loro a chiedere di negoziare. In questo contesto, l’interrogativo che si pongono molti analisti, e che emerge anche dalle valutazioni di Carmon, è se la strategia della “decapitazione” possa davvero funzionare con un regime che non è solo un uomo o un gruppo ristretto di persone, ma un sistema ramificato, un’ideologia che, per l’appunto, non si sradica in poche settimane. L’ex consigliere di Rabin e Shamir ha recentemente ribadito che l’obiettivo attuale è cancellare il programma nucleare, ma che un vero cambio di regime sarebbe possibile solo con il coordinamento dell’Occidente alle minoranze etniche – come i Baloch, gli Ahwazi e i Curdi – che da anni lottano contro Teheran senza ricevere sostegno. Un’occasione, questa, che secondo lui l’Occidente continua a lasciarsi sfuggire, preferendo dialogare con dittature per garantire la stabilità energetica.

La guerra vista dal Golfo e la posizione americana

In questo scacchiere complesso, un ruolo di osservatori interessati lo giocano i Paesi del Golfo. Le loro reazioni agli attacchi congiunti israelo-americani sono monitorate con attenzione proprio da istituti come il MEMRI, che cercano di captare i segnali in un mondo arabo diviso tra il timore dell’espansionismo iraniano e la paura di essere trascinati in una guerra regionale dalle proporzioni inimmaginabili. L’Iran, forte dei suoi arsenali, ha già minacciato di colpire gli Emirati, il Kuwait e l’Arabia Saudita, dimostrando che la sua strategia, in caso di sconfitta, è quella di “trascinare nel baratro” quanti più vicini possibile. È in questo quadro che si inserisce la posizione di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. La sua amministrazione, secondo Carmon, ha compreso che il regime iraniano non cadrà dall’oggi al domani e che non ci sarà una soluzione negoziata, ma è anche vero che il presidente americano sembra avere una visione, definita dall’analista “presuntuosa e razzista”, secondo cui si possano comprare col denaro culture secolari e ideologie radicate, cercando di addomesticare un regime che per sua natura è invece votato allo scontro. La realtà dei fatti, come dimostrano le migliaia di vittime delle proteste di inizio anno e l’assenza di quella “cavalleria” più volte evocata, suggerisce che la strada verso una risoluzione del conflitto è ancora lunga e disseminata di incognite, con il popolo iraniano stretto nella morsa tra la repressione interna e le bombe esterne.

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