Incendi a Gerusalemme, Netanyahu accusa i «piromani arabi» mentre le fiamme devastano Latrun
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Redazione Esteri
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Dalle colline di Gerusalemme fino alle terre attorno al monastero trappista di Latrun, il fumo degli incendi che da mercoledì hanno divorato oltre 2.000 ettari di vegetazione si è disperso in un cielo già opaco di cenere, spinta dal vento caldo fino a venti chilometri di distanza. Le fiamme, alimentate da un’aria secca e temperature insolitamente elevate, hanno costretto all’evacuazione di oltre 7.000 persone, bloccato tre autostrade e richiesto l’intervento di 119 squadre di vigili del fuoco, 12 aerei e canadair, oltre al sostegno di alleati internazionali. Nonostante una pioggia leggera abbia infine agevolato le operazioni, i danni – stimati in migliaia di ettari di parchi e terreni agricoli ridotti in cenere – restano ingenti.
A Latrun, dove il monastero trappista è circondato da uliveti e vigneti, le fiamme hanno lambito le mura senza penetrarvi, ma divorando gran parte delle coltivazioni che lo circondano. I monaci, evacuati per ore, hanno fatto ritorno appena possibile, abbandonando l’abito per impugnare pale e secchi in un tentativo disperato di salvare ciò che restava. «Era come combattere contro un muro di fuoco», ha raccontato uno di loro, mentre i canadair continuavano a solcare il cielo anche oggi, per domare gli ultimi focolai.
Le polemiche, però, hanno bruciato più delle fiamme stesse. Benjamin Netanyahu, intervenuto alla cerimonia del concorso nazionale di quiz biblico, ha puntato il dito contro quelli che ha definito «piromani arabi», accusandoli di aver «appiccato il fuoco a una terra in cui dicono di voler vivere». Secondo il premier, diciotto persone sarebbero già state arrestate per aver dato alle fiamme le foreste sulle alture della città, sebbene non sia stato fornito alcun dettaglio sulle prove a sostegno dell’accusa. Un’affermazione che ha riacceso tensioni già latenti, in un contesto dove ogni gesto assume connotati politici.
Dietro la retorica, però, emergono dinamiche più complesse. Se alcuni messaggi su Telegram incitavano a «bruciare tutto», Hamas – spesso indicato come regista occulto di simili operazioni – non ha mai esplicitamente invocato azioni del genere. Anzi, l’organizzazione, che fino a pochi giorni prima del 7 ottobre stringeva accordi economici con Israele mentre pianificava l’attacco, in queste ore ha avanzato proposte per una tregua pluriennale. Un paradosso che rivela, più che una regia univoca, la frammentazione e le contraddizioni di un conflitto dove anche il fuoco diventa strumento di una guerra asimmetrica




