Fiat vende gli autocarri a Tata, mentre il governo vigila sul golden power
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Redazione Economia
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La cessione di Iveco, storico ramo degli autocarri del gruppo Fiat, alla multinazionale indiana Tata Motors segna un passaggio cruciale per l’industria italiana, in un contesto globale che premia le fusioni tra colossi capaci di competere su scala internazionale. L’operazione, annunciata ieri sera, nasce da un percorso avviato da tempo, quando ancora la Fiat – prima della fusione in Stellantis – cercava di sfoltire i suoi asset non strategici. Se da un lato l’ingresso di un attore dinamico come Tata potrebbe rilanciare gli investimenti in Europa, dall’altro non mancano le preoccupazioni per il rischio di perdere un’eccellenza nazionale.
Il governo, che già in passato ha esercitato il golden power per bloccare acquisizioni ritenute sensibili, dovrà valutare se intromettersi, anche se l’ipotesi appare remota. L’accordo, infatti, non riguarda tecnologie critiche per la sicurezza nazionale, ma rientra in una strategia industriale che punta a creare un polo globale dei veicoli commerciali. "Meglio un azionista nuovo e ambizioso che uno vecchio e stanco", osservano fonti vicine alla trattativa, sottolineando come Exor, la holding degli Agnelli, abbia preferito cedere piuttosto che continuare a investire in un settore sempre più marginale nel suo portafoglio.
La vendita arriva in un momento in cui la priorità dei governi occidentali è la difesa, con la Nato che spinge per portare gli investimenti militari al 3,5% del Pil. Sebbene l’operazione Fiat-Tata non abbia dirette implicazioni in questo ambito, riflette una tendenza più ampia: quella di riorganizzare le catene produttive in funzione delle nuove sfere d’influenza geopolitica. L’India, del resto, è diventata un partner chiave per l’Occidente, e Tata – già proprietaria di Jaguar Land Rover – rappresenta un acquirente affidabile, almeno sulla carta.




