Il giallo di villa Pamphili: una donna senza nome, una neonata strangolata e il silenzio di una città
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Redazione Interno
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A villa Pamphili, polmone verde di Roma, il vento muove ancora le foglie degli oleandri sotto cui, per giorni, è rimasto nascosto il corpo di una donna. Irriconoscibile, senza identità, con tatuaggi che ora sono l’unico indizio per ricostruire una storia che nessuno ha reclamato. A duecento metri da lei, in quel parco che di domenica si riempie di famiglie, è stata trovata una neonata di pochi mesi, strangolata. Due morti che parlano di solitudine, di un’emergenza sociale diventata ormai cronaca nera.
«Questo caso, così estremo, rappresenta il livello più basso che la città abbia toccato», dice Giustino Trincia, direttore di Caritas Roma. Ma dietro, aggiunge, «ci sono tante altre tragedie invisibili». Quella di villa Pamphili, però, è una ferita aperta. La donna, il cui decesso risale a una settimana prima del ritrovamento, non ha un nome: le impronte digitali non corrispondono a quelle in archivio, il volto è irriconoscibile, e nessuno ha denunciato la sua scomparsa. I tatuaggi, fotografati e diffusi dalla questura, potrebbero essere l’unico modo per far emergere un’identità sepolta nel silenzio.
La neonata, invece, aveva tra i sei e i dodici mesi. L’autopsia, eseguita all’Istituto di medicina legale dell’Università Cattolica, non lascia dubbi: è morta per asfissia meccanica. Sul suo corpicino, i segni di una violenza che stride con il luogo in cui è stata abbandonata, tra i vialetti alberati dove si incrociano jogger e bambini. La donna, forse sua madre, è stata ritrovata sotto un sacco, come se qualcuno avesse cercato di nasconderla in fretta.




