La mobilitazione globale degli iraniani contro Teheran e l’asse con l’Italia
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Redazione Esteri
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Non accennava a placarsi, l’eco della mobilitazione che nel giorno di San Valentino ha portato oltre un milione di persone nelle piazze di mezzo mondo, e nuovi dettagli emergono ora sulla portata di quelle proteste e sugli sviluppi politici che ne sono seguiti. Se da un lato le strade di Toronto, Monaco e Los Angeles si riempivano di manifestanti, dall’altro si consumavano incontri politici di alto profilo e repliche istituzionali che delineano uno scenario in rapida evoluzione per l’opposizione al regime di Teheran.
Toronto, numeri da record e una richiesta precisa
È stata la città canadese a far segnare una delle partecipazioni più imponenti: circa trecentocinquantamila persone, secondo la stima della polizia locale, hanno sfilato lungo Yonge Street a North York, in quella che è stata descritta come una delle più grandi manifestazioni della diaspora mai viste dal 1979. Tra bandiere rosse, bianche e verdi con il leone d'oro, simbolo dell'Iran pre-rivoluzione, e cori che inneggiavano a "King Reza Pahlavi", i manifestanti hanno chiesto al governo canadese un passo formale: il riconoscimento del principe ereditario in esilio come guida legittima per una transizione democratica del paese. La richiesta, contenuta in una lettera inviata dagli organizzatori, sottolineava come la legittimità politica e morale della Repubblica Islamica si sia “irreversibilmente erosa”. Un episodio isolato ha turbato la giornata, con l’arresto di un uomo di Burlington, Michael David Holland, accusato di aver minacciato su social media di presentarsi al raduno con un’arma da fuoco.
Il fronte europeo, tra Monaco e l'asse con Roma
Parallelamente alla marea umana che invadeva le strade, la diplomazia informale dell’opposizione muoveva i suoi passi in Germania. In concomitanza con la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove duecentocinquantamila persone hanno gremito Theresienwiese nonostante le avverse condizioni meteo, Reza Pahlavi ha incontrato una delegazione italiana di primo piano. Erano presenti, insieme al presidente dell’Associazione Italia-Iran Mariofilippo Brambilla di Carpiano e al direttore esecutivo dell’Istituto Milton Friedman Alessandro Bertoldi, i deputati Roberto Bagnasco di Forza Italia, Alessia Ambrosi di Fratelli d’Italia e Silvia Sardone della Lega. Al centro del colloquio, come riportato in una nota congiunta, i crimini attribuiti al regime di Teheran, il radicalismo islamista in Europa e le prospettive di una transizione democratica e laica per l’Iran. I parlamentari hanno rivolto al principe un invito a tornare presto in Italia, un gesto accolto con gratitudine per quello che è stato definito il costante impegno italiano a sostegno della causa. Nel corso della missione tedesca, c’è stato anche un breve confronto con il senatore statunitense Lindsey Graham, figura influente del Partito Repubblicano, al quale è stato ribadito l’auspicio di un sostegno concreto da parte degli Stati Uniti, dove Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, al percorso di liberazione dell’Iran.
La reazione di Teheran: convocazione dell'ambasciatore tedesco
La portata delle manifestazioni e l’appoggio esplicito ricevuto da esponenti politici occidentali non potevano restare senza risposta da parte della Repubblica Islamica. L’emittente di Stato iraniana ha riferito della convocazione al ministero degli Esteri dell’ambasciatore tedesco designato, Axel Dittmann. Al diplomatico è stata notificata una formale protesta per quelle che Teheran definisce “attività anti-iraniane” sul territorio tedesco e per le posizioni ritenute “distruttive” assunte da alcuni politici di Berlino. Fonti locali hanno parlato di una rimostranza che condanna in particolare “l’ospitalità e il sostegno a elementi e gruppi terroristici e violenti” ostili alla Repubblica Islamica, un riferimento, seppur implicito, alla presenza di esponenti dell’opposizione monarchica in Germania. Già a gennaio, del resto, Dittmann era stato convocato dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva dichiarato che i giorni del governo iraniano fossero “contati”.
Un’ondata senza precedenti
Quella del quattordici febbraio, hanno sottolineato gli osservatori, è stata una mobilitazione che non aveva precedenti per la diaspora iraniana dal 1979. La richiesta di un cambiamento radicale, con l’abolizione della Repubblica Islamica e l’ipotesi del ritorno a un modello di stato secolare, ha trovato nelle piazze globali una cassa di risonanza amplificata dalla concomitanza con importanti appuntamenti della diplomazia internazionale. L’incontro di Monaco con i rappresentanti italiani e statunitensi, così come la mobilitazione canadese, rappresentano un tentativo di tradurre la spinta popolare in un percorso politico istituzionale, in attesa di capire se e come questa ondata potrà tradursi in sviluppi concreti negli equilibri interni ed esterni all’Iran. L’attenzione, ora, resta focalizzata sulle prossime mosse dei governi occidentali e sulla tenuta del regime di Teheran di fronte a proteste che, dentro e fuori i confini, mostrano segni di inedita capillarità e determinazione.




