La notte dei droni su Teheran, Katz annuncia l'uccisione di due funzionari iraniani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un’ondata di attacchi ha squarciato il cielo del Medio Oriente nella notte appena trascorsa, con l’aviazione israeliana che, come confermato dalle stesse Forze di difesa, ha condotto un’ampia serie di raid su Teheran, colpendo simultaneamente infrastrutture nella capitale libanese Beirut, roccaforte di Hezbollah. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha rilasciato una dichiarazione di portata storica poche ore dopo le operazioni, rivelando di essere stato informato dal Capo di Stato Maggiore che nell’attacco notturno sarebbero rimasti uccisi Ali Larijani, alto funzionario della sicurezza iraniana, e Gholam Reza Soleimani, il comandante delle forze paramilitari Basij. “Si sono uniti all’Ayatollah Ali Khamenei”, ha dichiarato Katz con una frase che, nella sua drammaticità, sembra voler suggellare la decapitazione di gran parte della leadership della Repubblica Islamica, dato che la Guida Suprema era già stata uccisa in un precedente attacco il 28 febbraio, evento che ha dato il via all’escalation attuale. L’annuncio di Katz, per quanto categorico, non ha trovato al momento una conferma ufficiale univoca da parte delle autorità di Teheran; alcune agenzie di stampa iraniane, anzi, hanno fatto sapere che un messaggio da parte dello stesso Larijani sarebbe stato di lì a poco diramato, gettando un’ombra di incertezza sull’effettiva riuscita dell’operazione, un alone di dubbio che aleggia spesso in queste fasi convulse del conflitto.

Una rappresaglia che allarga il conflitto: dal Golfo a Baghdad

La risposta dell’Iran non si è fatta attendere, e ha assunto le forme di una sfida diretta non solo a Israele ma anche agli alleati occidentali e ai vicini del Golfo. Il portavoce dello Stato Maggiore iraniano, Abolfazl Shekarchi, ha rilanciato la minaccia in risposta alle parole del presidente americano Donald Trump, il quale aveva ventilato azioni contro l’isola di Kharg, il principale terminale per l’esportazione petrolifera iraniana. “Se gli Stati Uniti attaccano, tutti gli impianti petroliferi e del gas nei Paesi da cui è stato condotto l’attacco si trasformeranno in montagne di cenere”, ha tuonato Shekarchi, in un botta e risposta che fa tremare i mercati energetici globali. E infatti, nella notte, non solo missili sono stati lanciati verso il Nord di Israele, come confermato dalle sirene anti-aeree che hanno ululato in diverse località, ma l’azione militare di Teheran si è estesa ai Paesi del Golfo. Tre esplosioni distinte sono state avvertite a Dubai, la scintillante metropoli degli Emirati Arabi Uniti, dove un allarme diramato tramite i telefoni cellulari aveva intimato alla popolazione di cercare immediatamente riparo a causa di “potenziali minacce missilistiche”. Analoghe deflagrazioni sono state udite a Doha, in Qatar, dove il ministero della Difesa locale ha dichiarato di aver intercettato un attacco. Le difese aeree emiratine, stando a quanto riportato, sono entrate in azione, e in questo contesto di piogge di fuoco, un cittadino pakistano ha perso la vita ad Abu Dhabi, colpito dalle schegge di un missile abbattuto, portando a otto il numero delle vittime civili negli Emirati dall’inizio delle ostilità.

Il fronte iracheno e la crisi energetica globale

L’Iraq, come spesso accade in questa crisi, si sta trasformando in un teatro secondario ma non meno pericoloso di scontro. Fonti della sicurezza hanno confermato che l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella zona fortificata denominata Green Zone, è stata nuovamente presa di mira da un attacco condotto con droni e razzi. Sebbene i sistemi di difesa abbiano intercettato gran parte dei vettori, sembra che alcuni ordigni siano riusciti a colpire il complesso diplomatico, provocando una colonna di fumo nero. In un altro attacco, questa volta contro un’abitazione sempre nella capitale irachena, quattro persone hanno perso la vita; secondo le prime ricostruzioni, tra le vittime vi sarebbero anche “consiglieri iraniani” che operavano a supporto delle milizie filo-Tehran presenti sul territorio. Nel frattempo, il presidente Trump ha rinnovato con forza la richiesta agli alleati europei di contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, chiedendo che si uniscano con “grande entusiasmo” a una coalizione navale. Una richiesta che, al momento, si scontra con la riluttanza di molti partner, come Germania e Regno Unito, che hanno escluso un coinvolgimento diretto della Nato, e con la replica tranchant della presidente della Commissione europea Kaja Kallas, la quale ha sottolineato come “questa non è la guerra dell’Europa”. Tuttavia, la pressione su Washington e sui consumatori globali è destinata a crescere, con il petrolio che continua a mantenersi sopra i cento dollari al barile e l’Iran che, seppur permettendo il transito ad alcune petroliere, tiene di fatto in scacco una delle vie d’acqua più strategiche del pianeta.

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