Banca Popolare di Sondrio respinge l'offerta di Bper: avanti con il piano stand alone
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Redazione Economia
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Il Consiglio di Amministrazione della Banca Popolare di Sondrio, riunitosi per valutare l’offerta pubblica di scambio volontaria totalitaria avanzata da Bper Banca, ha espresso un netto rifiuto, sottolineando come la proposta non sia stata né sollecitata né preventivamente discussa o concordata con l’istituto valtellinese. La decisione, comunicata ieri a mercati chiusi, arriva dopo un’attenta analisi delle implicazioni dell’operazione, che avrebbe potuto portare a una fusione tra le due realtà bancarie.
Nella nota diffusa al termine della riunione, il CdA ha ribadito l’intenzione di proseguire lungo il percorso di crescita già tracciato, basato su una strategia stand alone. “Riteniamo che sia nell’interesse di tutti gli azionisti valutare il profilo di solidità patrimoniale e le prospettive di crescita del nuovo piano industriale su base autonoma”, si legge nel documento, che evidenzia come l’istituto abbia già dimostrato una significativa capacità di execution, superando gli obiettivi fissati nel piano 2022-2025.
La Popolare di Sondrio ha inoltre annunciato che presenterà a breve il nuovo piano industriale per il triennio 2025-2027, nel quale saranno delineate le strategie per accelerare la creazione di valore. Un percorso che, secondo il CdA, sarebbe messo a rischio da un’eventuale integrazione con Bper, a causa delle incertezze e dei rischi connessi a uno scenario di fusione.
L’offerta di Bper, arrivata lo scorso 6 febbraio, aveva suscitato immediato scetticismo da parte della banca valtellinese, che ha sempre mantenuto una posizione indipendente nel panorama bancario italiano. Nonostante il rifiuto, la Popolare di Sondrio ha precisato che si esprimerà ufficialmente sull’Ops nei tempi e con le modalità previste dalla legge, lasciando aperta la porta a un eventuale confronto formale.
Intanto, l’istituto prosegue nell’analisi di opzioni strategiche che possano rafforzare ulteriormente la sua posizione competitiva, senza rinunciare alla sua distintiva identità. Una scelta che, se da un lato conferma la volontà di mantenere l’autonomia, dall’altro solleva interrogativi sulle possibili ricadute per il personale e sugli equilibri del settore bancario italiano, già attraversato da un’ondata di fusioni e acquisizioni.




