Conti pubblici, il deficit si attesta al 3,1% e l’Italia rischia di restare nella procedura Ue

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il percorso di rientro dai conti in disavanzo, un cammino che il governo guidato da Giorgia Meloni aveva pianificato con l’obiettivo di ottenere una rapida uscita di scena dalla procedura d’infrazione europea, subisce una battuta d’arresto che, seppur misurata in decimali, potrebbe posticipare di un anno intero il traguardo. I dati preliminari diffusi oggi dall’Istat, quelli che disegnano lo stato di salute dell’economia nazionale al termine del 2025, raccontano di una crescita del Prodotto interno lordo ferma allo 0,5% – una revisione al ribasso rispetto allo 0,7% stimato solo a gennaio – e, contestualmente, di un rapporto tra deficit e Pil al 3,1%. Un miglioramento, questo, rispetto al 3,4% dell’anno precedente, ma pur sempre un soffio sopra quella fatidica soglia del 3% che rappresenta il confine per la chiusura anticipata della procedura per disavanzo eccessivo.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel commentare le cifre fornite dall’istituto di statistica, ha voluto sottolineare con forza il carattere non definitivo di questi numeri; una precisazione, la sua, che lascia aperto uno spiraglio in vista delle comunicazioni ufficiali che Roma dovrà inoltrare a Bruxelles. La responsabilità di questo scostamento, per il titolare del dicastero di Via Venti Settembre, è da attribuirsi principalmente a quello che ha definito un “colpo di coda del Superbonus” relativo ai condomini, una zavorra che continua a pesare sui conti dello Stato ben oltre la conclusione formale della misura, incidendo sulla contabilizzazione del deficit e condizionando di riflesso gli spazi di manovra per nuove politiche economiche.

Il nodo della pressione fiscale e la crescita moderata del sistema Italia

Osservando il quadro generale, emerge un sistema economico che cresce a ritmi contenuti, trainato da una domanda interna che cerca di compensare un apporto negativo della domanda estera netta. La pressione fiscale, secondo le rilevazioni, è salita al 43,1%, segnando un incremento di sette decimi di punto percentuale rispetto al 2024, un dato che riflette una crescita delle entrate tributarie superiore a quella del PIL nominale. Questo scenario, fatto di luci e ombre, è stato immediatamente commentato dalle forze politiche e dalle associazioni di categoria, che leggono in queste cifre la conferma o la smentita delle rispettive posizioni in materia di politica economica. Tra i banchi del governo, la reazione è affidata al senatore di Fratelli d'Italia Nicola Calandrini, presidente della Commissione Bilancio, il quale ha parlato di “risultati tangibili” nonostante il persistere del “macigno” rappresentato dagli oneri del Superbonus, una misura concepita in passato senza adeguati meccanismi di controllo e che, con un costo complessivo ormai superiore ai 130 miliardi, continua a produrre effetti distorsivi sui saldi di finanza pubblica.

Le possibili conseguenze in ambito europeo e le reazioni politiche

Il permanere del rapporto deficit-Pil al di sopra del 3%, anche per un solo decimale, ha implicazioni concrete che vanno al di là del semplice dato statistico. L’Italia, di fatto, non avrebbe i numeri per richiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia che consente l'accesso al prestito europeo Safe, quello destinato alle spese per la difesa nell'ambito del piano ReArm Europe, un'opzione questa riservata ai Paesi non in procedura d'infrazione. Sul fronte interno, le opposizioni non hanno perso tempo nell'attaccare la linea del governo. Il vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Stefano Patuanelli, ha replicato duramente al ministro Giorgetti, sostenendo che il Superbonus non influisce sul calcolo del deficit e imputando piuttosto all'austerità dell'esecutivo e al raggiunto “record di pressione fiscale” la mancata discesa del disavanzo sotto la soglia critica.

L’attesa per i dati definitivi e il dialogo con Bruxelles

Ora lo sguardo si sposta alle prossime scadenze tecniche. I conti consolidati delle amministrazioni pubbliche verranno trasmessi a Eurostat entro il termine del 31 marzo, ma sarà solo il 21 aprile, con la notifica definitiva per deficit eccessivo, che si avrà la versione finale dei numeri, suscettibili di modifiche qualora emergano informazioni più aggiornate. A Bruxelles, intanto, prendono tempo: un portavoce della Commissione ha fatto sapere che la situazione italiana sarà valutata all'inizio di giugno, nell'ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo, sulla base dei dati di consuntivo. Un dialogo tecnico, quello tra Roma e l'Unione, prosegue da mesi per preparare il terreno a ogni evenienza, ma l'uscita dalla procedura, che libererebbe spazi finanziari altrimenti vincolati, resta per ora un obiettivo aggiornato alla prossima occasione utile.

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