Federica Torzullo, la confessione che non convince: i dubbi della criminologa sull'arma e la pista di un complice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nonostante le ammissioni di Claudio Carlomagno, che si è dichiarato autore della morte della moglie Federica Torzullo, il quadro investigativo appare ancora carico di zone d'ombra e di interrogativi che gli inquirenti, guidati dal procuratore capo di Civitavecchia, stanno tentando di chiarire. La stessa criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, analizzando pubblicamente i dettagli finora emersi, ha espresso perplessità sulla veridicità della versione fornita dall'uomo, arrivando a delineare la possibilità di uno scenario criminale più complesso e, per certi versi, più agghiacciante di quello descritto. Secondo la studiosa, alcuni elementi concreti – a partire dalla dinamica riferita e dalla questione dello strumento del delitto – non combacerebbero in modo lineare, lasciando così intravedere la fosca ipotesi che Carlomagno non abbia agito nella totale solitudine in cui si è dipinto.

Il nodo irrisolto dell'arma del delitto

Uno dei punti che alimenta maggiormente i sospetti degli investigatori, e che è stato sottolineato con forza da Bruzzone, riguarda proprio l'oggetto utilizzato per commettere il femminicidio. Nella sua ricostruzione, Carlomagno ha parlato di un coltello da cucina, un elemento che però – secondo l'analisi della criminologa – non sembra coincidere del tutto con la natura e l'entità delle ferite riportate dalla vittima. Questa discordanza, che potrebbe apparire sottile ai non addetti ai lavori, rappresenta invece per gli esperti un tassello fondamentale, poiché getta un'ombra di dubbio sulla piena attendibilità del racconto. Se l’arma descritta non fosse quella effettivamente impiegata, infatti, verrebbe meno un cardine della confessione, aprendo la porta a una ricostruzione dei fatti profondamente diversa.

La possibile regia di un secondo attore

Proprio da tali incongruenze, che si sommano ad altre legate ai tempi e alle modalità dell'omicidio e del successivo occultamento del, prende corpo l'ipotesi – avanzata con cautela ma con fermezza dalla criminologa – di un possibile coinvolgimento di un'altra persona. La situazione, stando a questa lettura, potrebbe rivelarsi "peggiore" di quanto non appaia, configurandosi non come un delitto passionale compiuto in un raptus di follia, bensì come un atto premeditato che potrebbe aver visto la partecipazione di un complice. Una prospettiva, questa, che se confermata trasformerebbe radicalmente la natura giuridica del caso e le stesse accuse mosse all’imputato, aggiungendo il gravame della concertazione criminale a quello dell'omicidio.

Le perplessità della magistratura e la strada delle indagini

Le riserve espresse dalla studiosa trovano un preciso riscontro nelle dichiarazioni ufficiali della procura, la quale, pur riconoscendo le ammissioni dell’uomo, ha tenuto a precisare come queste non possano essere considerate "piene". Una definizione tecnica, quella utilizzata dal procuratore, che tradisce la convinzione degli inquirenti di essere di fronte a una verità solo parziale, forse calibrata per assumersi la totale responsabilità dell’accaduto e proteggere qualcun altro, o forse per mascherare una dinamica ancor più spregevole. Il lavoro degli investigatori procede dunque su un doppio binario: da un lato la verifica puntuale di ogni parola pronunciata da Carlomagno, dall'altro l’approfondimento di tutti gli indizi che potrebbero condurre a individuare un eventuale secondo attore, la cui esistenza, al momento, resta confinata nel regno delle ipotesi investigative più che in quello delle prove certe.

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